Un’inspiegabile voglia di economia pubblica?


Nella battaglia italiana per il contenimento del deficit e del debito pubblico, che prosegue almeno dagli anni 70 del Novecento, le regole stabilite dall’assetto economico dell’UE hanno rappresentato un fattore che ha spinto anche i partiti tradizionalmente contrari a limitare la spesa pubblica a sostenere la necessità del suo contenimento.

Chiaramente, una cosa è sostenere la necessità di contenere uno squilibrio dei conti pubblici, è un’altra è sostenere la necessità di contenere la spesa pubblica.

Molto spesso, però, i partiti politici non chiariscono quale sia il punto di vista teorico in grado di sostenere le proprie proposte, tanto che, ad esempio, ci sembra che davvero in pochi possano aver compreso che cosa intendesse il Prof. Mario Draghi quanto sosteneva la distinzione fra debito buono e debito cattivo. Il primo è debito contratto per finalità di crescita economica, il secondo è debito che non ci si attende possa esitare in uno stimolo alla crescita economica che permetta allo Stato di ripagarlo con gli interessi.

Anche senza riferirsi a tali aspetti, che coinvolgono la misurazione dell’efficacia della politica economica, oltre che della sua stima ex ante, molte formazioni politiche sono comunque inclini a sostenere una sorta di ribellione alla dittatura sui conti pubblici che sarebbe stabilita da una lontana UE, dichiarandosi al contempo favorevoli a contenere la spesa pubblica creando provvedimenti che lascino sempre più al mercato, e quindi in realtà alle imprese, la conduzione dell’economia e la soluzione ai nuovi problemi che via via si manifestano in ciascuna società moderna.

In effetti, la riduzione delle tasse e il contenimento della spesa pubblica non sarebbero da considerare contrastanti, perché entrambi convergenti verso un affidamento al mercato privato, anche se l’affidamento al mercato riscuote maggior consenso se perseguito tramite una riduzione delle entrate pubbliche stabilite dal fisco, che tramite una riduzione della spesa pubblica.

Il vero elemento che accomuna politicamente coloro i quali sono favorevoli a un sistema economico maggiormente privato, tanto nelle pensioni che nella sanità, nei trasporti, ecc., infatti, non è costituito dalla riduzione della spesa pubblica ma è costituito dalla riduzione dell’imposizione fiscale. La riduzione della spesa pubblica, sia chiaro, in quanto migliora i conti pubblici, non li dovrebbe neppure contrapporre all’UE. La riduzione delle tasse, invece, in quanto peggiora i conti pubblici, migliorando contabilmente quelli privati, costituisce un terreno di scontro realistico fra sostenitori del libero mercato e norme comunitarie sui bilanci pubblici. Qui però sorge un bel problema, per coloro i quali si dichiarano favorevoli al libero mercato contrapponendosi alle norme dell’UE.

La riduzione delle tasse, infatti, peggiora di per sé i conti pubblici e da qui potrebbe derivare l’irritazione verso l’UE per i vincoli di bilancio che persegue. L’intelligenza contabile, però, permetterebbe che si attuassero contemporaneamente anche provvedimenti di riduzione della spesa pubblica, così da realizzare insieme tre obiettivi: (1) il contenimento del ruolo dello Stato nell’economia – caro ai sostenitori del libero mercato -; (2) la riduzione delle tasse e (3) l’accordo con le regole di bilancio europee – cari anche a chi non sia liberista -. Perché allora tali provvedimenti non vengono realizzati? Perché non ridurre il fondo sanitario nazionale? Perché non ridurre la spesa pensionistica? Perché non ridurre la spesa per l’istruzione, la ricerca, le università? Perché non ridurre la spesa pubblica per i trasporti? Perché non ridurre la spesa pubblica farmaceutica?

Se i sostenitori di una riduzione dell’economia pubblica a favore di quella privata si contrapponessero solamente al rispetto dei parametri di bilancio pubblico stabiliti dalla UE, magari ritenendo che si possa aumentare il deficit e il debito pubblico senza problemi, l’irritazione verso l’UE sembrerebbe plausibile perché la violazione di quelle regole costerebbe molto in termini di sanzioni comunitarie. Dato, però, che i parametri europei di bilancio non sono basati sulla sola spesa pubblica, ossia sulle sole uscite, ma sui saldi fra entrate e uscite, se si ritiene necessario di ridurre le tasse (ossia le entrate dello Stato), perché non la si attua per ridurre la spesa pubblica prima elencata (ossia le uscite dello Stato)?

In quanto la premessa per questi provvedimenti sarebbe data dal ritenere che un sistema economico con maggiore presenza dello Stato sia peggiore rispetto a uno con minore intervento pubblico, perché non realizzare questo mondo migliore?

Non è che, sotto sotto, si dice una cosa ma poi non ci si crede davvero?


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