Imprese e lavoratori fra ricchezza e caporalato


Questo Report è tratto dall’Osservatorio Trimestrale sui Dati Economici Italiani, di cui sono Direttore Scientifico, pubblicato da Mazziero Research, visualizzabile al seguente link: https://www.mazzieroresearch.com/quaderno-di-ricerca/

1. Introduzione.

Negli ultimi mesi, esponenti di entrambi gli schieramenti politici hanno esternato affermazioni economiche assai rilevanti, che purtroppo non sono state seguite da un dibattito, come avrebbero meritato. Si tratta di affermazioni che riguardano la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ci riferiamo all’affermazione secondo la quale solo le imprese creano ricchezza e all’affermazione secondo la quale il caporalato esiste perché i consumatori vogliono pagare poco i prodotti dell’agricoltura.

La prima affermazione è destituita direttamente di valore scientifico; la seconda gode invece di una certa scientificità, ampiamente diffusa nei manuali d’economia contemporanea, le cui fondamenta sono evidentemente da rivedere criticamente.

Nelle righe che seguono critichiamo entrambe le affermazioni, evidenziandone alcuni limiti, implicazioni e vie di superamento.

2. “La ricchezza la creano le imprese”

Quando alcuni politici – di destra e di sinistra – affermano che “la ricchezza la creano le imprese”, sostengono una tesi scientificamente errata che evoca però una vera spinta umana all’arricchimento.

Secondo la scienza economica contemporanea, ormai da almeno duecento anni, ogni processo produttivo trasforma le risorse iniziali in risorse finali, mediante la combinazione di fattori produttivi e beni intermedi. Questa trasformazione è una creazione di valori, che prima non c’erano oppure che sono stati consumati e vengono così riprodotti.

La produzione di ricchezza non coincide pertanto col conseguimento di un profitto e per questo, oltre alle imprese private, anche lo Stato produce ricchezza, proprio in quanto combina fattori produttivi e beni intermedi, ottenendo prodotti finali.

È del resto sufficiente pensare alle cure mediche offerte da un ospedale o da una clinica privata per rendersi conto immediatamente che entrambi producono una ricchezza, definibile cura medica o cura della salute, mentre solo uno dei due enti consegue un profitto. Questo vale in realtà per tutte le produzioni e il legame fra profitto e ricchezza non è quindi scientificamente valido.

Sarebbe invece corretto affermare che “il lavoro crea ricchezza”, laddove, per lavoro, si dovrebbe intendere, ovviamente, l’azione del lavorare, comprendendo anche il lavoro dei proprietari dell’impresa e quello degli imprenditori, senza dimenticare che la produttività del lavoro aumenta al migliorare del capitale al quale si debba applicare.

L’affermazione che la ricchezza la creano le imprese, costituisce così un errore che nasconde un’adesione all’idea che la produzione debba avere come fine il conseguimento del profitto, piuttosto che la soddisfazione di bisogni. Essa è quindi legata a una inclinazione verso una distribuzione dei redditi a favore del profitto, invece che dei salari e degli stipendi, ed esorta implicitamente a lasciare libera azione alle imprese stesse, il cui reddito è il profitto, perché possano conseguirne quanto più possibile, in quanto erroneamente ritenuto sinonimo di ricchezza.

Questo errore fa così tendere verso lo smantellamento dell’economia pubblica, fatta da ospedali e scuole nelle quali si pagano salari e stipendi, che così dovrebbero essere sostituiti da ospedali e scuole private nei quali si pagano anche profitti. In questo modo, le cure e l’istruzione sarebbero però più costose, e a carico di chi ne deve usufruire, mentre sarebbero in grado di garantire una salute meno diffusa e un livello di scolarizzazione più basso e più diseguale.

Che questa differenza fra un sistema sanitario e d’istruzione pubblico e uno privato, sia realistica e non meramente teorica, ce lo conferma il modello privato di riferimento, che è quello degli USA. Le sue differenze rispetto allo stato sociale europeo sono macroscopiche, e bisognerebbe solo avere la capacità di comprendere, anche se poi bisognerebbe purtroppo anche ammettere, che dietro quell’errore sulla ricchezza creata solo dalle imprese, c’è proprio questa differenza. Ne conseguirebbe una necessità di aprire un dibattito su come gestire le risorse pubbliche da destinare a queste (ed altre) soddisfazioni di bisogni, e si intraprenderebbe così una via coerente con la realtà, invece di perseverare nell’errore, il che, come ci ricorda il proverbio, potrebbe nascondere un interesse diabolico a danno di un più evoluto interesse a favore di ciascuno di noi.

3. “Il caporalato è causato dai prezzi bassi desiderati dai consumatori”.

L’altra affermazione deriva dalle situazioni diffuse di caporalato, in Italia, che sono state rilevate dopo il tragico episodio di morte di un bracciante agricolo.

Secondo questa linea di pensiero, i lavoratori, in realtà nella loro veste di consumatori, sarebbero in grado di determinare i prezzi (bassi) dei prodotti agricoli perché, inclini a cercarli, li troverebbero in quelle imprese delinquenti che sfruttano i braccianti. Se essi comprendessero che la loro azione genera il caporalato, quindi, potrebbero essere più propensi ad accettare prezzi più alti, che sarebbero in grado di determinare salari maggiori.

Con questo modo di ragionare si sostiene che i consumatori sarebbero i veri responsabili del caporalato subìto dai lavoratori, in quanto “gli imprenditori pagano poco perché vendono a poco”. E infatti, seguendo un altro percorso, lo stesso ragionamento afferma pure che “gli imprenditori possono vendere a poco solo se possono pagare poco i lavoratori”, intendendo che un aumento del costo del lavoro ottenuto dai lavoratori farebbe aumentare i prezzi per i consumatori.

Nel primo caso, la colpa è dei consumatori a danno dei lavoratori; nel secondo la colpa è dei lavoratori a danno dei consumatori, senza che il risultato cambi.

La cosa drammatica da sottolineare è che questo risultato coincide con quanto è scritto nei manuali universitari di macroeconomia, maggiormente insegnati nei corsi degli ultimi 30 anni.[1] Secondo quanto ivi riportato, infatti, i lavoratori riescono a decidere i salari nominali mediante il proprio potere negoziale sul mercato del lavoro, e le imprese, a partire da quei salari nominali derivano i prezzi che possono praticare.[2] Una volta stabiliti i prezzi, ne deriva una certa quantità di merci vendute e quindi il livello di occupazione e disoccupazione dei lavoratori.

In questo modo, la teoria economica afferma che è la struttura del mercato a decidere tutto. Gli imprenditori, infatti, decidono i prezzi dei loro prodotti solo mediante un ricarico sui salari contrattati dai lavoratori, in modo da cercare un profitto unitario soddisfacente; poi, non sono loro a decidere le quantità vendute, e neppure le qualità dei prodotti, perché queste dipendono dalla domanda dei consumatori e dalla tecnologia disponibile. Il profitto complessivo, quindi, dipende solo da tutto quanto precede, che viene deciso dall’insieme del sistema, del quale loro non sono i diretti responsabili. I lavoratori decidono i salari nominali e i consumatori decidono che cosa acquistare e quanto pagarlo. Le imprese rimangono, quindi, solo i centri di produzione della ricchezza che, come indicato all’inizio, devono essere lasciati operare in quanto irresponsabili dei salari, delle vendite e dell’occupazione dei lavoratori.

4. Il coordinamento della produzione e della distribuzione.

Se solo le imprese creano ricchezza e non sono responsabili del caporalato, è quindi responsabilità dei consumatori e dei lavoratori lasciarle funzionare liberamente e, al contempo, concordare una distribuzione della ricchezza che sia compatibile con le richieste di tutti.

Anche gran parte di coloro i quali si vorrebbero opporre a questo sistema economico, del resto, ritengono che proprio per questa natura del sistema stesso, vi sia, al più, un conflitto distributivo fra imprese e lavoratori. Per questo, essi ritengono che i lavoratori dovrebbero battersi per un aumento dei salari non solo nominali ma reali, obbligando le imprese a produrre una ricchezza che fosse maggiormente distribuita a favore dei lavoratori. In tal modo, inoltre, essi ritengono che sarebbe anche possibile aumentare i consumi, cui sono più propensi i meno abbienti, determinando anche un aumento dei livelli di attività produttiva, quindi dell’occupazione e del benessere economico.

Il punto ignorato da entrambi gli schieramenti è che le imprese stabiliscono i prezzi e quindi i valori reali delle variabili, fra le quali i salari. Esse così stabiliscono anche i valori relativi dei redditi dei fattori produttivi, senza che eventuali temporanee vittorie distributive possano modificare la natura del sistema stesso, che rimane nelle mani del potere determinativo delle imprese, proprietarie dei prodotti.

Pertanto, sino a quando non si comprende (dal lato dei sostenitori della teoria economica convenzionale) e non si sviluppa una teoria economica (dal lato dei critici di tale impostazione) che intenda la ricchezza come la capacità di soddisfare bisogni e non di appropriarsi valore aggiuntivo nella forma del profitto, ancorché poi redistribuita fra vari soggetti economici, i tentativi di miglioramento rimarranno relegati al sostegno alla libertà d’impresa – per la teoria convenzionale e conservatrice –  o al sostegno a una diversa distribuzione ma della stessa ricchezza creata dalle imprese – per i critici della teoria convenzionale e progressisti -, senza che la sostanza del sistema teso all’ottenimento di un valore aggiuntivo piuttosto che della soddisfazione dei bisogni sia scalfita.

Sostenitori e critici di un tale sistema economico sono quindi prigionieri della produzione e distribuzione della ricchezza nella forma del reddito e non riflettono a sufficienza sul fine comune del conseguimento della soddisfazione dei bisogni.

Procedendo in tal senso, essi ignorano la realtà e i suoi esempi lampanti. La produzione di cure mediche in strutture pubbliche o private che abbiamo proposto prima è in tal senso paradigmatica. Non è ovviamente l’unica ma è probabilmente la più facile da confrontare per ciascuno. Tenerla a mente potrebbe permettere, anche per l’immediato futuro che prevede tagli alla spesa pubblica per la reintroduzione dei vincoli di bilancio europeo, di introdurre elementi di correzione alle scelte di politica economica, verso un maggior coordinamento della produzione, tramite una migliore programmazione delle attività da svolgere, della modalità per una loro attuazione, nonché per una più adeguata a diffusa capacità di soddisfazione concreta dei bisogni.

Se la teoria economica sostiene poi che la ricchezza è creata anche dal settore pubblico ma, al contempo, che le imprese non sono responsabili per i salari e l’occupazione, si cade in una impostazione incongruente che, da un lato, spinge alcune parti politiche a sostenere l’intervento pubblico, e, dall’altro, spinge altre parti politiche a sostenere l’impresa privata come produttore asettico di ricchezza per tutti.

La teoria economica deve allora fare un salto verso una coerenza della sua descrizione della realtà. Se la ricchezza è creata anche tramite altri soggetti oltre alle imprese, e tali soggetti assumono un ruolo così importante nell’economia moderna, come accade per l’economia pubblica, è chiaro che le imprese non possono però essere neppure considerate le sole responsabili per i salari e l’occupazione e quindi la loro azione produttiva e distributiva della ricchezza deve essere considerata assieme a quella pubblica.

Non si tratta di proporre, quindi, una soppressione della libertà d’impresa ma di comprendere che essa si esercita in un sistema economico nel quale la determinazione delle variabili è stabilita mediante la presenza di molti altri attori. Così come i lavoratori e i consumatori sono soggetti responsabili, nella veste che hanno, così lo sono le imprese, i dirigenti e gli attori del settore privato e pubblico.

Un coordinamento di tutti questi aspetti è non solo necessario ma evidentemente richiesto proprio dallo svolgimento della realtà quotidiana. L’economia teorica deve quindi iniziare a ragionare sulla proposizione di modelli macroeconomici in grado di integrare questi aspetti e spiegare la realtà attribuendo una responsabilità alle imprese in merito alla statuizione dei salari e dell’occupazione, senza lasciare questi aspetti alle rivendicazioni politiche lontane dalla scienza economica. Al contempo, la scienza economica deve integrare l’economia pubblica con l’economia privata, senza relegare la prima a differenti ambiti teorici, quali quello dell’analisi dei fallimenti del mercato o dell’economia della crescita o dello sviluppo.

Sino a quando mancheranno questi aspetti, la teoria economica sarà utile solo alle imprese intese come soggetti individuali, affinché possano continuare ad operare senza un supporto scientifico che le guidi verso un’azione coordinata in un ambiente dal quale dipendono e con la presenza di altri attori. Esse rimarranno così idealmente libere di operare individualmente ma rimarranno, effettivamente, incapaci di controllare l’ambiente circostante e di coordinarsi per produrre al meglio, essendo costrette solo a idealizzare la propria opera come finalizzata alla mera produzione di ricchezza per tutti, senza contrasti con nessuno. Una illusione che è tanto più urgente abbandonare quanto più l’economia europea è integrata e coordinata.

Temiamo, chiaramente, che, anche in questo caso, il tradizionale modo di procedere umano possa tuttavia prevalere: un modo che prevede la ripetizione di comportamenti precedenti e passati, sino a quando il cambiamento dell’ambiente sul quale essi agiscono possa determinare una crisi, dalla sola realizzazione della quale le persone potranno eventualmente imparare la necessità di modificare i propri comportamenti. Solo allora, proprio per giustificare la necessità di modificare i cambiamenti, si potrà eventualmente introdurre una teoria scientifica adeguata a descrivere la diversa realtà e quindi i comportamenti corrispondenti da realizzare. Il passaggio per una ennesima crisi, per i precedenti tipici della storia economica umana, sembra purtroppo non eludibile. Speriamo solamente che essa non debba colpire tanto in profondità per poter destare i soggetti economici e spingerli a prendere coscienza del prossimo cambiamento necessario da intraprendere: un maggior coordinamento delle risorse di ciascun sistema economico, per la produzione e soddisfazione dei bisogni, da programmare su scala allargata e sovranazionale, ben oltre quanto ormai riescano a fare imprese e agenti illusoriamente indipendenti.


[1] Ci riferiamo in particolare al noto manuale di Macroeconomia di Olivier Blanchard.

[2] Per chi abbia dimestichezza con la teoria economica, in questo modo il prezzo delle merci si dice stabilito col criterio del costo pieno e non del costo marginale. Questo avrebbe conseguenze importanti sull’oggetto di insegnamento dei corsi di microeconomia che solitamente non son però discusse.


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