La concorrenza è la soluzione democratica contro le Big Tech?


L’idea di limitare il potere delle Big Tech mediante atti che ne frammentino la dimensione o la proprietà, per preservare la democrazia, è di nuovo all’ordine del giorno di molte riflessioni a livello europeo. Essa si fonda sul ritenere che il mercato concorrenziale costituisca la struttura economica adeguata per una democrazia rappresentativa, nella quale il potere non sia per questo concentrato in poche mani.

Ciò indica che il mercato concorrenziale sia ritenuto la struttura economica che permette alla democrazia di funzionare senza una concentrazione di potere nelle mani di, pochi o tanti, soggetti in possesso di una ricchezza e quindi di un potere tali da dominare il sistema democratico.

Il ragionamento non è quindi finalizzato a stabilire un’influenza del potere politico sul potere economico ma a stabilire una mancanza di potere economico, come garanzia di mancanza di potere politico concentrato in poche mani, oltretutto non elette da nessuno.

Affinché la struttura concorrenziale rappresenti una assenza di concentrazione di potere, essa deve essere evidentemente concepita come una struttura per la quale i rapporti fra i soggetti economici sono caratterizzati da una simmetria di poteri economici. Gli imprenditori, i proprietari delle imprese, i dirigenti e i lavoratori tutti avrebbero quindi uguali poteri, e nessuno comanderebbe sugli altri. Tutti ugualmente soggetti al gioco della democrazia.

Siamo sicuri che sia effettivamente questa la realtà economica? La riduzione della dimensione delle imprese e un numero alto di imprese in ogni mercato garantisce anche che esse non abbiano fini analoghi? Non è questa una rappresentazione in realtà di convenienza per le imprese stesse? Una rappresentazione che tenta di nascondere un potere economico reale che non si vuole che sia soverchiato da un potere politico democratico?


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