È troppo spesso scontato, che tutti ritengano corretto voler ridurre le disuguaglianze nei redditi della popolazione. In ogni caso, anche ammettendo che questo sia un obiettivo condiviso, sono differenti le strategie che i diversi attori politici intendono perseguire.
In questi mesi, si sono formati schieramenti di sinistra e di destra che dichiarano di avere idee differenti circa la validità dello strumento del salario minimo per riuscire a migliorare la situazione relativa alla povertà lavorativa o alle disuguaglianze nei redditi.
In un mondo in cui i prezzi sono stabiliti dalle imprese, un aumento dei salari stabilito legalmente può portare facilmente a un conseguente aumento dei prezzi da parte delle imprese, intenzionate a ribaltare sui prezzi i maggiori oneri retributivi a loro carico.
Questo è uno dei motivi semplicissimi per i quali l’ipotizzare un salario minimo esprimendolo in euro può non essere efficace nel far recuperare reddito reale ai lavoratori; ma questo non significa che il tema della povertà lavorativa non debba essere affrontato proprio a partire dai salari, ossia dai redditi dei lavoratori.
Il problema è che se il reddito minimo può essere stabilito solo nominalmente ma non in termini di potere d’acquisto, è proprio perché non conta quanti euro un lavoratore guadagni, bensì quante merci possa acquistare con quegli euro. Lo capiamo bene quando pensiamo al costo della vita in Germania o a New York, ritenendo che con gli stessi euro noi residenti in Italia non potremmo acquistare lo stesso paniere di merci.
Ecco allora che il tema del salario minimo è da declinare secondo una discussione circa il rapporto fra salari, prezzi e profitti. La formula del salario minimo è infatti monca e non rende conto della complessità della situazione che deve essere affrontata. I lavoratori non dovrebbero essere intenzionati a guadagnare più euro in assoluto ma a percepire un reddito più elevato in termini di potere d’acquisto.
Proprio questo è il punto da sottolineare, come tema sul quale è necessario vincolare le forze politiche per costringerle a cambiare linguaggio e rendere la discussione centrata sullo scopo del miglioramento dei redditi dei lavoratori, rispetto ai profitti delle imprese. E qui casca l’asino, direbbe Totò: tutti possono dire “alziamo i salari” ma solo alcuni politici potrebbero dire “aumentiamo i redditi dei lavoratori rispetto ai profitti delle imprese”.
Il motivo è che la prima frase la possono dire tutti perché è lontana dallo scontentare qualcuno in quanto è vuota di contenuto pratico; mentre la seconda frase non la vuole dire nessuno perché chiarisce il problema da affrontare, ma scontenta gli imprenditori e evidenzia che la tematica si affronta solo spostando i soldi dalle tasche di qualcuno verso le tasche di qualcun altro; e si sa che qualche politico potrebbe rimetterci l’elettorato se mettesse la faccia su questa tematica.
Se guardiamo allora agli intellettuali o agli economisti, in questi mesi, vediamo che tutti sono praticamente silenti e al più suggeriscono di stimolare la crescita della produttività, per poter produrre di più e quindi far ottenere un po’ di più a tutti; il problema che però questo tema porta con sé, e che ancora non è stato affrontato negli ultimi trent’anni, riguarda il fatto che ancora oggi, sia a livello nazionale che internazionale, misuriamo la produttività con la redditività delle imprese, e quindi per affrontare la crescita dei redditi dobbiamo di nuovo passare per una crescita delle vendite delle merci prodotte, che dovrebbero diminuire di costo unitario di produzione e quindi di prezzo offerto proprio per l’aumento della produttività.
Siamo allora sempre lì: se i prezzi li fanno le imprese, come si fa a essere sicuri che un aumento della produttività, che comporta una diminuzione dei costi unitari di produzione, potrà far aumentare i redditi dei lavoratori piuttosto che i profitti delle imprese? Non c’è scampo: si dovrà trovare qualche politico coraggioso in grado di trovare una formula lessicale che permetta di iniziare una discussione sulla tematica della distribuzione dei redditi e che spinga gli altri politici a dichiarare il proprio schieramento di appartenenza. Fino a quando non si farà chiarezza su questo punto, quindi, si discuterà del salario minimo invece che del rapporto fra salari e profitti, ottenendo un finto e vacuo scontro ideologico, piuttosto che un avvio di discussione sul problema che si ha paura di affrontare o non si è all’altezza del compito storico da svolgere; ma il compito rimane lì: a quale livello stabilire i redditi relativi dei lavoratori dipendenti, dei pensionati, dei lavoratori autonomi e delle imprese.
