Secondo le stesse parole della Lagarde, il rialzo dei tassi di interesse realizzato dalla BCE il 21 luglio scorso è stato effettuato per “rafforzare l’ancoraggio delle aspettative sull’inflazione”. Che significa? In pratica, quando la BCE ritiene che gli agenti economici possano agire ipotizzando ulteriori rincari in futuro, e quindi che lavorino per imporre un innalzamento dei loro prezzi di offerta, realizza un innalzamento dei tassi di interesse, segnalando al mercato che è disposta a ridurre la (crescita della) domanda dei consumatori – incentivandone il risparmio – ed eventualmente anche a ridurre la (crescita della) domanda delle imprese – ossia gli investimenti – pur di domare le loro spinte al rialzo dei prezzi. Il timore della BCE è quindi che, all’aumento dei prezzi, i lavoratori possano rispondere imponendo un aumento dei salari, innescando la cosiddetta spirale di crescita prezzi-salari-prezzi-ecc., facendo perdurare l’inflazione. Il rialzo dei tassi di interesse, però, può costituire un obiettivo rischioso in relazione agli investimenti perché questi costituiscono un variabile ambivalente. Le imprese, infatti, dato il maggior costo del finanziamento che dovrebbero subire, potrebbero essere disincentivate a investire fino a innescare una recessione. Ecco perché il rialzo dei tassi effettuato dalla BCE, per ora, è stato relativamente modesto, pari allo 0,5%. Il legame coi salari, in tal senso, sembra meno ambiguo. Un aumento dei tassi di interesse dovrebbe favorire il risparmio e disincentivare quindi la spesa in consumi, costituendo un disincentivo a richieste salariali per far fronte a maggiori consumi. Se si è più incentivati a risparmiare, si è meno incentivati a spendere, e quindi si è meno incentivati a richiedere salario per spendere. L’errore che riteniamo la BCE stia realizzando, allora, deriva dal fatto che l’inflazione che stiamo vivendo in Europa non è stata innescata, e non è sostenuta, da un aumento dei salari, che avrebbe determinato un aumento dei consumi e un eccesso di domanda rispetto all’offerta di beni. Questa catena giustificherebbe, quanto meno secondo una certa linea di principio, il legame con una manovra di disincentivo ai consumi: dato che si consuma “troppo” (rispetto all’offerta, ovviamente) si può incentivare il risparmio come alternativa ai consumi. Questa fu infatti l’interpretazione monetarista dell’inflazione, prevalsa negli anni 70 del Novecento, e il rialzo dei tassi di interesse realizzato dai primi anni 80 fu lo schema di manovra realizzato quando c’erano meccanismi automatici di adeguamento salariale e spinte politiche direzionate verso ulteriori aumenti salariali. Ad oggi, non ci sono questi meccanismi, e le proposte politiche di incremento del potere d’acquisto sono incentrate solo sulla riduzione delle disuguaglianze e sul recupero del potere d’acquisto perduto. Il rialzo dei prezzi di oggi, ha avuto origine in Europa dai prezzi dell’energia ed è finito direttamente nei carrelli della spesa senza aumentare i salari, ma aumentando i prezzi dei generi di consumo; non la loro quantità domandata. Un innalzamento dei tassi di interesse non può quindi costituire un corretto incentivo contro questa inflazione. Il valore di ogni spesa è del resto costituito da due elementi, prezzo e quantità, che moltiplicati fra loro determinano l’importo dei consumi. Se i consumi sono ritenuti “troppi” in quantità, può aver senso il rialzo dei tassi, in quanto disincentivo ai consumi mediante un incentivo al risparmio; ma se, come in questo caso, sono aumentati i prezzi dei beni di consumi, non le quantità, il rialzo dei tassi è un disincentivo controproducente. Non sono da ridurre le quantità da consumare ma i prezzi dei prodotti di consumo. Il rialzo dei tassi è quindi doppiamente errato: (1) rischia di ridurre gli investimenti delle imprese – e infatti è stato per ora realizzato in misura contenuta – e (2) punta a ridurre i consumi in quantità, scambiando la crescita dei prezzi per la crescita delle quantità. La manovra, quindi, usando metodi degli anni 70 per situazioni passate da mezzo secolo, rischia solo di essere un incentivo per aggravare la situazione, piuttosto che risolverla.
