I dati sull’inflazione pubblicati il primo luglio dall’ISTAT, indicano che l’inflazione dipende in larga parte dal rincaro dei beni energetici (vedi la tabella qui sotto). Come si può notare, la spesa per i beni che costituiscono il cosiddetto “carrello della spesa”, ossia i beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona, è circa un quarto della spesa totale, e contribuisce per circa un quarto all’inflazione. È invece da notare che più della metà dell’inflazione (56,31%) dipende dai rincari dell’energia, alla quale mediamente gli italiani destinano meno di un decimo della spesa totale (9,25%). Dato che la spesa per energia riguarda il gas per riscaldamento e acqua calda, oltre che il carburante per auto e moto, è verosimile che la spesa per queste voci sia abbastanza simile per le varie fasce di reddito degli italiani. Questo certifica che l’inflazione sta pesando molto di più su chi guadagna di meno, perché la spesa per beni energetici effettuata dai meno abbienti costituisce una porzione superiore del loro reddito complessivo.

Non si può quindi continuare a sostenere che l’inflazione faccia male a tutti, perché ai meno abbienti fa più male. Questo degrada la qualità della nostra democrazia perché aumenta le disuguaglianze e riduce il senso di appartenenza ad una comunità, intesa come un insieme di persone che si caratterizzano per analoghe condizioni di vita e analoghi obiettivi di evoluzione. Gli interventi economici devono quindi essere riorientati verso una discriminazione delle tariffe energetiche, almeno in base all’ISEE, e poi in misura maggiormente redistributiva possibile. Stiamo arrivando al fondo del barile, per quanto riguarda le possibilità di consumo di larga parte della popolazione, e dopo l’incremento dei prezzi non rimane che la riduzione dei consumi, con la separazione della popolazione in due grandi categorie, ricchi e poveri, come non siamo più abituati a vedere da decenni, in questa parte di Europa. Per contrastare tali effetti dobbiamo subito modificare anche la struttura della comunicazione economica, riducendo il peso delle notizie che riportino dati aggregati macroeconomici per imparare a rappresentare la stratificazione sociale ed economica. Solo in questo modo sarà possibile prima vedere e poi capire perché possiamo avere “ristoranti pieni”, “alberghi pieni”, “PIL in crescita”, a fronte di una “crescita generalizzata dell’incidenza di povertà relativa”, come chiarisce l’ISTAT in questa pubblicazione.
