Siamo più volte intervenuti, negli ultimi mesi, sulle questioni relative al cuneo fiscale e contributivo, dato dalla differenza fra il salario netto per il lavoratore e il lordo comprensivo delle imposte e dei contributi.
Verosimilmente, si arriverà entro pochi mesi ad un intervento di riduzione della differenza fra i due importi anche se la quantità della riduzione non potrà comunque essere ampia. In Italia, infatti, il cuneo fiscale è pari a poco più del 46%, mentre la media UE si ferma al 41% ma in Belgio, Germania, Austria e Francia il cuneo fiscale è superiore a quello italiano. Questo fa ipotizzare che la riduzione sarà contenuta entro il 5%. Il vero problema, quindi, sarà dato dalla qualità dell’intervento che dovrebbe puntare a innalzare il reddito netto del lavoratore.
Innanzitutto, bisogna vedere come sarà distribuita questa riduzione. Sappiamo infatti che il cuneo fiscale e contributivo è costituito giuridicamente da somme del lavoratore ma sborsate dall’impresa, che le versa allo stato e agli enti di previdenza e poi le detrae dal proprio reddito compensandole in parte con le imposte sui propri guadagni. La prima domanda è pertanto la seguente: quanta parte di questa riduzione andrà al lavoratore e quanta all’impresa?
Il secondo problema deriva dalla composizione interna del cuneo. Questo è costituito, grossomodo, da imposte e contributi. Le imposte sono sostanzialmente l’IRPEF che il lavoratore deve corrispondere allo stato, per contribuire alla fiscalità generale, in funzione crescente col proprio reddito. I contributi, invece, sono quelle somme che il lavoratore deve corrispondere agli enti di previdenza per costituire la propria pensione. Ciò significa che mentre se si interviene sulle imposte si riducono le entrate dello stato, se si riducono i contributi previdenziali si riduce la pensione futura dei lavoratori.
La prima riduzione peggiora direttamente le finanze dello stato ma non la pensione dei lavoratori; la seconda riduzione, invece, modifica le finanze a breve termine degli enti previdenziali ma riduce il loro esborso nel lungo periodo, in funzione della riduzione della pensione del lavoratore.
Nel primo caso, quindi, la riduzione del cuneo è davvero fiscale e aumenta il potere di acquisto del salario; nel secondo caso la riduzione riguarda il cuneo contributivo e l’aumento del salario netto, oggi, è finanziato dalla riduzione della pensione futura. Le due cose, anche in questo caso, non sono affatto equivalenti.
Nel processo politico che porterà a questo intervento, bisognerà allora discutere sulle due questioni che detteranno la qualità del provvedimento. I punti fermi sui quali stare attenti sono i seguenti. 1. Chi beneficerà della riduzione: il lavoratore e/o l’impresa? 2. Chi finanzierà la riduzione: lo stato o lo stesso lavoratore con la sua pensione?
La chiara indicazione di questi elementi, dovrà essere riportata nei provvedimenti che realizzeranno la riduzione; il momento in cui avverrà la loro lettura sarà, però, successivo al momento della loro decisione. Quest’ultima avverrà nel corso dei dibattiti politici dei prossimi mesi e sarà bene che si presti quindi ascolto al loro svolgimento perché le parole che cominciano già ad essere pronunciate sono spesso ambigue. Non distinguono fra la parte fiscale e previdenziale e non chiariscono chi sarà il beneficiario né chi sarà il finanziatore. La qualità dell’intervento dipende invece da questi elementi ed è bene tenerli presenti, non solo per capire in quale direzione ci si stia muovendo ma anche per essere spinti a partecipare democraticamente al dibattito sulla definizione di un provvedimento così importante, per le finanze pubbliche dalle quali dipendono i servizi di cui potremo beneficiare, e direttamente per il potere d’acquisto dei nostri redditi presenti e delle nostre pensioni future.
