In merito alla questione dell’insolvenza della Silicon Valley Bank è bene conoscere la sequenza degli accadimenti per chiarire le responsabilità economiche.
Questa banca raccoglie tipicamente risparmi dalle imprese della silicon valley e presta prevalentemente i soldi ad altre imprese della silicon valley e a start up in generale. Dato lo stop alle attività produttive del 2020-2021 per la pandemia, la banca non riusciva a prestare i soldi che aveva raccolto presso il pubblico, e quindi ha deciso di acquistare titoli del debito pubblico statunitense.
Ora che le attività economiche sono giunte alla ripresa, la banca ha ben pensato (operando male temporalmente) di rivendere i titoli di stato per avere denaro da prestare alle imprese clienti.
Peccato che ora i titoli di stato valgono molto meno di quando li aveva acquistati, perché la Federal Reserve ha nel frattempo alzato di un bel po’ i tassi di interesse e, come si sa, quando alzi i tassi, i titoli già in circolazione perdono di valore. Nel vendere i titoli, la banca ha quindi perso 2 miliardi di dollari, pensando evidentemente gli convenisse perdere quei soldi per poter guadagnare di più nell’erogazione di prestiti alle imprese clienti.
È però accaduto che nel gestire male le tempistiche di vendita di titoli per avere la liquidità da prestare, ha chiesto agli investitori di sottoscrivere 2 miliardi di nuovo capitale, e ha anche tentato di emettere velocemente, ma senza successo, un prestito obbligazionario per raccogliere quella somma.
Una volta sparsa la voce fra i suoi correntisti, che la banca era a corto di liquidità, sono tutti corsi a ritirare i soldi, causando il crack. Questo perché, lo ricordiamo, i soldi che ciascuno di noi ha depositato presso la propria banca, la banca stessa li ha in realtà prestati a qualcun’altro (è il mestiere della banca); quindi, se tutti vanno a richiederli nel giro di poco tempo… si materializza il fatto che i soldi non ci sono.
La incapacità dei gestori della banca è evidente; ma quando c’è un’uscita da una riduzione delle attività economiche, c’è bisogno di maggior credito; non di una politica monetaria restrittiva, ossia di una diminuzione del credito.
La perdita in conto capitale sui titoli stato è quindi un risultato della politica monetaria restrittiva, che anche tramite questo effetto collaterale, cercando di stabilizzare la moneta rischia di destabilizzare il sistema bancario.
Questa volta non ci riuscirà, per le dimensioni ridotte e particolari del problema, e perché la situazione è differente in Europa; ma è utile avere ben presente che ogni politica monetaria restrittiva aumenta i costi e restringe, appunto, i margini di manovra di ciascun operatore economico; purtroppo anche di quelli che non sanno gestire al meglio l’operatività di qualche banca.
