Sino a giugno 2023, la BCE ha considerato l’inflazione come risultato di un surriscaldamento dell’economia, tanto che riteneva necessario aumentare i tassi di interesse per diminuire i consumi e gli investimenti, come scritto nei manuali universitari dei primi anni di studio. Oggi, invece, la BCE ha cambiato orientamento e ricondotto la maggior parte della crescita dell’inflazione alla crescita dei profitti. Leggendo quanto indicato sul sito ufficiale della stessa BCE, i calcoli sono stati effettuati comparando la variazione dei profitti rispetto al PIL e la variazione dei redditi dei lavoratori, sempre rispetto al PIL. Queste variazioni, al netto della variazione dei prezzi (tramite il cosiddetto Deflatore del PIL), indicano che circa i due terzi della variazione dell’inflazione sono finiti in un aumento dei profitti, mentre solo un terzo è finita altrove. Purtroppo i calcoli sono stati effettuati proprio in maniera così grossolana, ma del resto è la stessa BCE ad affermare che non disponiamo di statistiche di qualità sull’ammontare dei profitti. In ogni caso, se qualcuno si stupisce per questo dato, e i primi sembrano proprio gli autori di questi calcoli, bisogna invece chiarire che questa proporzione è semplicemente un’altra espressione di quel fenomeno che chiamiamo inflazione, e che temiamo in quanto evoca nei lavoratori dipendenti una perdita di potere d’acquisto dei loro redditi. Altrimenti, che significa che i redditi dei lavoratori subiscono l’inflazione? Significa che aumentano i prezzi, rispetto ai redditi dei lavoratori; ossia, che aumentano i profitti rispetto ai redditi dei lavoratori. Per essere meno sorpresi, allora, basti pensare che i redditi da lavoro dipendente, in Italia, costituiscono circa il 45% di tutti i redditi, mentre gli altri redditi, fra i quali i profitti, costituiscono circa il rimanente 55%. Già partendo da questo dato, un semplice ribaltamento dei costi energetici di produzione, sui prezzi delle merci finali, implicherebbe una crescita della quota dei profitti strettamente collegata all’aumento dell’inflazione, quando calcolata in questo modo. Infatti, un certo aumento percentuale dei costi energetici, ad esempio, costituisce un aumento dei prezzi dei beni produttivi, che non finisce nel conteggio dell’inflazione, mentre il corrispondente aumento percentuale dei prezzi al consumo costituisce un aumento dei profitti che finisce nel conteggio dell’inflazione. Se poi aggiungiamo che l’aumento dei tassi di interesse ha fatto aumentare i profitti degli istituti finanziari, ecco che una parte della crescita aggiuntiva dei profitti, rispetto ai redditi dei lavoratori, deriva pure dalla stessa politica monetaria realizzata dalla BCE. Ci sarebbe del resto da stupirsi se non fosse così, perché l’inflazione concretamente è proprio questo. Pertanto, l’affermarlo a un livello così alto delle istituzioni può solo indicare, in realtà, un timore che possa emergere in Europa un differente orientamento politico, rispetto a una stretta monetaria, come quella in corso, destinata a ridurre i redditi dei lavoratori, piuttosto che i profitti delle imprese. La linea della politica monetaria è però generalmente ritenuta una questione tecnica sulla quale sarebbero quindi tutti d’accordo, anche se noi non riteniamo sia proprio così, e per questo motivo dovrebbe essere autonoma, rispetto alle scelte politiche dei cittadini e degli Stati europei… Alla luce di questi comunicati, viene allora da chiedersi: oggi la politica monetaria è effettivamente indipendente dagli orientamenti politici dei cittadini europei?
L’nflazione da profitti e l’autonomia della politica monetaria
