Caporalato o prezzi alti? E’ davvero questa l’unica alternativa per i lavoratori?


In questi giorni ho sentito dire al bar che, se un barattolo di pomodori pelati costa 0,70 euro, per forza c’è il caporalato. E dato che è corretto che bisognerebbe retribuire il lavoro, come minimo, a 9 euro l’ora, allora si dovrebbe accettare di pagare 1,20 a barattolo.

Chi parlava era un imprenditore, e nella prima affermazione sembrava che la responsabilità del caporalato fosse da attribuire al consumatore che vuole pagare poco. Questi, evidentemente, è ritenuto in grado di determinare quel prezzo basso, perché lo cerca e lo trova in quei delinquenti che sfruttano i braccianti. Poi però, con la seconda affermazione, si tentava di non essere così diretti e per essere più efficaci si intendeva attribuire meglio le responsabilità, proponendo due situazioni alternative.

Rendiamole chiare: nel primo caso, con “gli imprenditori pagano poco perché vendono a poco”, si intende dire che i consumatori sarebbero i responsabili del caporalato subìto dai lavoratori. Nel secondo caso, con “gli imprenditori vendono a poco perché pagano poco”, si intende dire che un aumento del costo del lavoro ottenuto dai lavoratori farebbe aumentare i prezzi per i consumatori. In effetti questo è quanto è scritto proprio nei manuali universitari di macroeconomia, maggiormente diffusi negli ultimi 30 anni.

Nel primo caso, la colpa è dei consumatori a danno dei lavoratori; nel secondo la colpa è dei lavoratori a danno dei consumatori. E allora, noi aggiungiamo pure quanto è rimasto implicito ma è direttamente evocato da queste due alternative: di che si lamentano, i consumatori e i lavoratori? Litigassero fra loro e non se la prendessero con gli imprenditori, perché in realtà quest’ultimi fanno quello che vogliono i consumatori, se questi vogliono pagare poco, oppure fanno quello che vogliono i lavoratori, se questi spingono per essere pagati di più.

Il sentimento evocato dice: gli imprenditori, non c’entrano niente; è la struttura del mercato a decidere tutto. Loro non decidono i prezzi dei loro prodotti, perché questi sono stabiliti da un ricarico sui salari contrattati dai lavoratori; e non decidono neppure le quantità da vendere, né le qualità da produrre, perché queste dipendono dalla domanda dei consumatori e dalla tecnologia disponibile; per non parlare poi dei profitti, che dipendono solo da tutto quanto precede, che viene infatti deciso da altri. Però, come se non bastasse, gli imprenditori rischiano pure di essere ritenuti responsabili dalla Magistratura per i fatti che accadono nell’azienda!

“E allora basta!”, si viene spinti a dedurre. “Che sia inteso bene da tutti, quello che ci dice l’economia corrente: che siano ritenuti una volta per tutti responsabili i consumatori, per i salari bassi, e i lavoratori per i prezzi alti. Fino ad oggi hanno deciso i consumatori, e i lavoratori sono stati sfruttati col caporalato. Se vorranno far vincere i lavoratori, che facessero pure; però i consumatori si abituassero all’idea di diventare più poveri, per i prezzi più alti, e quindi a dover consumare di meno. Per l’imprenditore tanto è uguale; lui ci mette i soldi, lavora e dà da lavorare, mentre gli altri decidono tutto e a lui rimane quanto è stabilito dalle decisioni altrui.”

Che almeno questo sia chiaro: per la maggior parte dei libri attuali di economia, solo le imprese creano ricchezza, mentre è responsabilità dei consumatori e dei lavoratori, lasciarle funzionare liberamente. E allora sorge una riflessione: in effetti, se la ricchezza viene creata nelle imprese ma i consumatori e i lavoratori, secondo le statistiche degli ultimi quarant’anni, se ne sono appropriata sempre di meno, l’unica alternativa è davvero costituita dai salari bassi o dall’aumento dei prezzi?


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