Ricchezza, imprese e lavoratori


Quando alcuni politici – di destra e di sinistra – affermano che “la ricchezza la creano le imprese”, sostengono una tesi scientificamente errata che evoca però una vera spinta umana all’arricchimento.

Secondo la scienza economica contemporanea, ormai da almeno duecento anni, ogni processo produttivo trasforma le risorse iniziali nelle risorse finali, mediante la combinazione dei fattori produttivi e dei beni intermedi. Questa trasformazione è una creazione di valori, che prima non c’erano oppure che sono stati consumati e sono così riprodotti.

La produzione di ricchezza non è pertanto legata al conseguimento di un profitto e per questo anche lo Stato produce ricchezza, proprio in quanto combina fattori produttivi e beni ottenendo altri prodotti finali.

Pensiamo alle cure mediche offerte da un ospedale o da una clinica privata e ci rendiamo conto immediatamente che entrambi producono una ricchezza definita cura medica, mentre solo uno dei due enti consegue un profitto. Questo vale per tutte le produzioni. Il legame fra ricchezza e profitto non è infatti scientificamente valido.

Ecco che allora questa tesi evoca in realtà una motivazione verso l’arricchimento che caratterizza gli individui, tanto che anche i lavoratori che lavorano in un ospedale percepiscono un reddito, al pari dei lavoratori impiegati in imprese private, e non lavorano certamente perché gli piace (anche se il piacere non è escluso).

Per questo motivo, piuttosto che affermare che solo le imprese creano ricchezza, sarebbe corretto affermare che “lavorare crea ricchezza”.

Il punto è che se si scegliesse questa seconda frase, si indicherebbe una certa disposizione ad attivare un dibattito circa la distribuzione dei redditi, fra profitti e salari, mentre la prima affermazione lo evita tramite il riferimento a un processo produttivo indistinto e guidato dalle imprese.

Ecco quindi che, tramite affermazioni di questo tipo, si rivela come in questa epoca non sembriamo ancora pronti ad aprire un dibattito a un livello superiore a quello che caratterizzò la seconda metà del Novecento, mentre la loro insipienza testimonia il livello al quale attualmente siamo ancora costretti a muoverci.


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