La BCE sta realizzando una politica monetaria per combattere l’inflazione, ipotizzando che, senza un rialzo dei tassi di interesse, le imprese tendano a perseverare nell’aumento dei prezzi del proprio output. È questa l’essenza della disinflazione perseguita dalla BCE, ossia della riduzione del tasso di aumento dei prezzi dai valori odierni verso valori inferiori ma prossimi al 2% annuo, tramite un incremento dei tassi di interesse di mercato.
Questo significa che una parte delle imprese, quella che potrebbe non essere influenzata dall’aumento dei tassi, continuerà ad aumentare i prezzi, mentre la parte che sarà influenzata dall’aumento dei tassi riprogrammerà al ribasso le proprie strategie di prezzo.
Il punto fondamentale è: perché un aumento dei tassi, per queste ultime imprese, dovrebbe portarle a ridurre gli incrementi programmati dei propri prezzi invece che a ridurre i prestiti e gli investimenti?
Nella teoria economica non c’è nessuno (né neoclassico, né keynesiano) che sostenga sensatamente che un aumento del costo del denaro porti le imprese ad accettare serenamente una riduzione dei profitti continuando a investire e a produrre quanto prima; a meno che gli investimenti vengano mantenuti e permettano di ottenere un incremento di produttività che faccia ridurre i costi per unità di prodotto.
Se si esplicitasse questo semplice collegamento, si capirebbe che, senza una politica aziendale e fiscale che contrastino questa politica monetaria, una disinflazione passerà necessariamente per una contrazione della produzione e quindi per una recessione: non ci sono dubbi su questo punto. Sarebbe bene averlo chiaro, per non considerare la politica monetaria restrittiva come efficace nel combattere l’inflazione, senza che altre politiche siano costrette a rimediare alle conseguenze recessive che è in grado di generare.
