La strana scelta della BCE: meno inflazione grazie alla recessione.


Quando si innalzano i tassi di interesse per frenare l’inflazione, secondo buona parte della teoria economica lo si fa perché si ritiene che il sistema economico abbia raggiunto il pieno impiego e che sia quindi necessario ridurre la crescita degli investimenti per evitare eccessi di capacità produttiva. Un eccesso di investimenti causerebbe infatti un eccesso di offerta di prodotti, con conseguente riduzione generalizzata dei prezzi (deflazione) e rischi di fallimenti generalizzati per le imprese, che non riuscirebbero a pareggiare i costi sostenuti.

La BCE, sicuramente, nell’innalzare i tassi di interesse ritiene che l’inflazione sia dovuta più a un eccesso di offerta che alla traslazione dei rincari energetici sui prezzi al dettaglio.

Evidentemente il modello econometrico della BCE sottostima il potere delle imprese di scaricare sui clienti l’aumento dei propri costi. Si tratta di un potere di mercato delle imprese, che esiste solo se il sistema non è di tipo concorrenziale perfetto ma di concorrenza imperfetta, sia esso di oligopolio o concorrenza monopolistica.

Dati i livelli di disoccupazione europei, le disuguaglianze aumentate e quindi i bisogni insoddisfatti, la BCE dovrebbe però rinunciare a ipotizzare che il sistema economico abbia raggiunto il pieno impiego o quantomeno ricalibrare il proprio modello aumentando il peso attribuito al potere di mercato piuttosto che illudersi che viviamo in un sistema di concorrenza perfetta. Se non per sempre, lo dovrebbe fare almeno oggi, per adattare il modello alla realtà che abbiamo sotto gli occhi, piuttosto che compiere l’errore metodologico di pretendere che la realtà si adatti al suo modello. 

La BCE stessa afferma, poi, che il rialzo dei tassi deve essere prudente per evitare che inneschi una recessione; tuttavia, il collegamento fra rialzo dei tassi e recessione ha una ragione teorica differente rispetto a quella che ipotizza. La recessione, non sarebbe innescata dal rialzo dei tassi oltre il livello cosiddetto “neutrale”, ossia quello che garantisce il pieno impiego, perché questa non è una inflazione causata dal raggiungimento del pieno impiego. Il rialzo dei tassi non ingenera, cioè, un “raffreddamento” dell’economia, come se essa fosse surriscaldata da un eccesso di domanda, ma determina un “peggioramento” della situazione economica, perché riduce gli investimenti, quindi i livelli di attività economica delle imprese e l’impiego delle risorse, fra le quali il fattore lavoro, senza modificare il meccanismo di trasmissione del rialzo dei costi energetici sui prezzi al dettaglio.

Una conseguenza del rialzo dei tassi, quindi,  potrà essere comunque una riduzione dell’inflazione ma solo perché questa sarà causata, a sua volta, da una recessione con riduzione dei redditi e quindi dei consumi, non direttamente dalla crescita dei tassi di interesse. Il collegamento non è: 1)+tassi; 2)-inflazione; ma: 1)+tassi; 2)-redditi; 3)-inflazione.

Quando l’inflazione diminuirà, non sarà quindi per l’efficacia della politica monetaria nel combatterla ma per l’errore della politica monetaria che avrà causato una recessione.

Per vedere quanto la BCE ha torto nell’innalzare i tassi, nei prossimi mesi non bisognerà quindi guardare solo l’inflazione ma anche l’andamento del PIL.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *