Detrazioni fiscali senza ripresa economica

Abstract:

Nel novembre 2020 ho pubblicato questo intervento sull’Osservatorio sui Dati Economici Italiani, di cui sono Direttore scientifico, prevedendo che i bonus fiscali del 90% e del 110% avrebbero portato rialzi dei prezzi di quei settori, senza favorire una crescita economica. A quasi due anni di distanza, quanto era facile prevedere, è in effetti accaduto. Buona lettura.


Questo Report è tratto dall’Osservatorio Trimestrale sui Dati Economici Italiani, di cui sono Direttore Scientifico, pubblicato da Mazziero Research nel novembre 2020, visualizzabile al seguente link: https://www.mazzieroresearch.com/quaderno-di-ricerca/

1. Introduzione.

Da molti anni il fisco italiano prevede che ogni contribuente possa detrarre, dalle proprie imposte da pagare, una percentuale del costo che ha sostenuto per interventi di ristrutturazione edilizia o riqualificazione energetica, effettuati su un immobile.[1]

Nel corso di quest’anno, l’articolo 121 del Decreto Rilancio (34/2000), come noto, ha introdotto la possibilità di trasformare queste detrazioni fiscali, che normalmente si recuperano in cinque o dieci anni, in uno sconto immediato sugli importi da corrispondere alle imprese che hanno effettuato tali lavori, oppure in crediti cedibili a terzi soggetti, tipicamente a delle banche. In questo modo, la detrazione fiscale prevista, che arriva sino al 90% del costo o addirittura al 110%, per alcune tipologie di interventi, può essere immediatamente fruita da ciascun contribuente, fino ad azzerare di fatto la spesa che questi sostiene, o meglio, a questo punto, la spesa che avrebbe dovuto sostenere e quindi non sostiene più.

Ebbene: se questi sono gli interventi normativi, notiamo che purtroppo le riflessioni di coloro i quali sono intervenuti per illustrare questi provvedimenti si sono concentrate solo sui differenti requisiti per accedervi, sulla mole di documenti da presentare per ottenerne la trasformazione o sugli oneri che sono previsti a carico dello Stato, senza considerare la reale catena degli effetti economici che essi ingenerano. Riteniamo invece fondamentale rivolgere una particolare attenzione alla individuazione degli effettivi beneficiari degli sconti in fattura e delle cessioni dei crediti fiscali, nonché delle conseguenze economiche che derivano da tali provvedimenti normativi. Questo potrà fare un po’ di luce, speriamo, sul corto respiro di una strategia di politica economica che attribuendo un nome falso agli interventi economici riesce a non sollevare un dibattito pubblico ma rivela in dettaglio un proprio orientamento politico che limiterà lo sviluppo di questo Paese.

2. Gli effetti economici della cessione del credito fiscale.

Allorquando si pratica uno sconto in fattura, si ipotizza che esso si realizzi semplicemente diminuendo le somme da corrispondere, rispetto al costo previsto. In effetti, nel caso delle detrazioni fiscali, la trasformazione della detrazione in sconto in fattura comporta formalmente una diminuzione del costo da corrispondere all’impresa che realizza i lavori di ristrutturazione edilizia o riqualificazione energetica. In questo modo, il contribuente che ha commissionato i lavori ottiene un immediato risparmio, che può arrivare fino ad azzerare il costo dei lavori, e l’impresa ottiene a sua volta, alla prima scadenza fiscale utile, di non versare, per lo stesso importo, le imposte che deve corrispondere allo Stato. Parimenti avviene in caso di cessione del credito fiscale ad un terzo soggetto. In tale caso c’è solamente un lasso di tempo in più che si frappone fra il pagamento per intero del costo dell’intervento edilizio/riqualificazione energetica all’impresa e il momento in cui le somme relative alla detrazione sono recuperate mediante l’incasso derivante dalla vendita del credito stesso ad un terzo soggetto.

Notiamo da subito, però, che per aversi un reale effetto di riduzione del costo, come sanno bene gli economisti che si occupano di Scienza delle finanze, non è sufficiente che esso sia previsto per legge. È invece necessario che anche gli effetti economici siano coerenti con le intenzioni previste nel provvedimento giuridico. Per andare direttamente al succo della questione, per aversi uno sconto o un credito fiscale, non è ad esempio sufficiente conoscere la “percentuale” della detrazione, come indicato dalla norma. È necessario conoscere anche la somma alla quale si applica questa percentuale, proprio per calcolare la detrazione stessa. La norma, però, indica solo una percentuale e non l’importo al quale essa si deve applicare per conoscere l’effettivo risparmio fiscale; ed è proprio a questo punto della catena economica che accade l’effetto del quale dobbiamo parlare. Al variare dell’importo dei lavori, infatti, varia l’importo del risparmio fiscale, con un effetto singolare sui tre soggetti coinvolti: il contribuente, l’impresa e lo Stato. Nel paragrafo seguente indichiamo gli effetti economici diversi a quelli normativi previsti e in quello successivo chiariamo i pericoli più ampi che sono connessi con tali tipologie di provvedimenti.

3. I beneficiari degli sconti in fattura e dei crediti fiscali.

In relazione al contribuente, il variare del risparmio fiscale non ha su di lui nessun effetto, perché questi può cedere un credito fiscale pari 1.000 euro oppure 10.000 euro ma l’importo si genera comunque solo in occasione della cessione; non prima. Ossia, il contribuente non vede variare le imposte che deve corrispondere allo Stato, in funzione della detrazione che matura, perché l’importo da detrarre è creato dalla stessa operazione di ristrutturazione edilizia o riqualificazione energetica ed è immediatamente ceduto.

Ovviamente l’ammontare del credito varia in funzione dell’importo dei lavori commissionati, ma poiché non varia in funzione della mole di lavori da svolgere, appunto, ma solo del loro importo, questo fatto espone lo Stato a potenziali manipolazioni del debito fiscale, perché non ha conseguenze dirette sul contribuente, mentre, come ovvio, le ha sugli altri due soggetti. Veniamo quindi agli effetti sull’impresa.

Per l’impresa, un maggiore importo del credito fiscale determina minori tributi da versare allo Stato. Ciò in quanto l’impresa, sia essa il soggetto che esegue i lavori di ristrutturazione, oppure che fornisce gli elementi di riqualificazione energetica, quali finestre, portoni, caldaie, è il cessionario dell’importo della detrazione e quindi, al momento del versamento periodico delle proprie imposte, potrà detrarre, appunto, l’importo di cui risulta cessionaria e non versare le imposte per quell’ammontare. Qui emerge il problema: i cessionari delle detrazioni sono anche gli stessi soggetti che costituiscono il lato dell’offerta di quei servizi e materiali propri della ristrutturazione/riqualificazione. Chiaramente, l’offerta non determina il prezzo di una merce, senza la domanda; tuttavia, laddove la domanda non è influenzata negativamente da un eventuale aumento del prezzo dell’offerente se comunque non pagherà l’importo stabilito, come ad esempio nel caso delle detrazioni pari al 90% o 110%, ci sembra davvero probabile che il prezzo possa non formarsi come in un mercato, tradizionalmente inteso, con presenza di interessi contrastanti.[2]

Per lo Stato, invece, un aumento del credito corrisponde a un minor gettito fiscale determinato dall’operazione. In questo caso, la scelta se ristrutturare/riqualificare spetta al contribuente ma le conseguenze economiche sono in capo al complesso dei contribuenti. Ciò corrisponde evidentemente proprio alla ratio della norma, ossia al motivo del suo varo, ma nel nostro Paese tradizionalmente avverso alla compliance fiscale, esso può determinare un effetto particolare, che a nostro avviso si sta già realizzando. Se consultate più imprese che effettuano i lavori di cui stiamo trattando, provate anche a farvi redigere un preventivo. Non sarà facile farvi redigere un preventivo senza che prima l’impresa stessa non voglia conoscere se avete intenzione di recuperare il credito fiscale mediante sconto in fattura o meno. Verificando i preventivi, troverete quindi facilmente che il lordo da corrispondere sarà di poco inferiore al doppio, in caso di richiesta di sconto in fattura. Quel che accade è semplicemente che i prezzi aumentano se chi deve pagare usufruisce di un incentivo statale. Questo era già accaduto in occasione del varo del cosiddetto “bonus mobili”, che prevede ancora oggi che in caso di ristrutturazione si possa anche acquistare dei mobili avendo una detrazione del 50%. In quel caso, però, non era previsto lo sconto in fattura e quindi il mobiliere fu incentivato a rialzare i prezzi solo in quanto ottenne un aumento delle vendite conseguenti all’incentivo statale. In questo caso, invece, il meccanismo premiante arriva direttamente alle imprese (cosa non dichiarata dal legislatore) tramite un incremento dei prezzi di cui il contribuente meno accorto può non accorgersi. Considerando la naturale ritrosia degli italiani verso le complicazioni del fisco, infatti, che ad esempio andrebbero fino alla conservazione delle fatture per le detrazioni per almeno 15 anni, molti contribuenti preferiranno pagare un po’ meno subito piuttosto che recuperare una somma superiore in cinque o dieci anni. Il risultato non sarà però il frutto di una libera scelta, come dichiarato dal tenore della norma, bensì il frutto di un preventivo che sfrutta tale distopia causata dal legislatore che ben conosce il fisco e i suoi contribuenti. Se queste sono le conseguenze economiche di breve termine dirette, tali interventi di politica economica, come accennato, rivelano purtroppo problemi più radicali.

4. Una politica economica che non agevola la ripresa.

L’effetto di questo provvedimento si può riassumere così: da un lato si incentivano le imprese, mentre si dichiara di incentivare i contribuenti, e dall’altro si determina una crescita degli importi delle ristrutturazioni, con costo a carico dello Stato. Riteniamo che questo effetto di incentivo alle imprese sia voluto ma non dichiarato, perché altrimenti si sarebbe dovuto spiegare come mai si sia deciso di incentivare questo settore piuttosto che un altro. Chiaramente, infatti, l’edilizia è un settore fondamentale per il nostro Paese; ma non dimentichiamo che il Turismo arriva ad una ampiezza pari a circa il 14% del PIL, ed è attualmente in ginocchio, senza possibilità di ripresa a breve. La scelta è quindi nascosta perché una sua manifestazione richiederebbe ragioni da spiegare, dibattiti da avviare, proposte alternative da discutere, scioperi da affrontare e gestire, vertenze sindacali per contratti collettivi nazionali di lavoro da sottoscrivere e rinnovare di cui discutere, ecc. Insomma, probabilmente questa norma agisce nell’ombra ottenendo un risultato; tuttavia il settore della edilizia non è un settore con lavoratori ad alta remunerazione e questo sostegno non è a favore dei lavoratori ma direttamente delle imprese. Esso non si propone perciò di modificare la distribuzione del reddito conseguito in questo settore fra lavoratori e imprese e non incentiva neppure l’innovazione tecnologica che permetta di ridurre l’impatto ambientale o migliorare lo sfruttamento delle risorse esistenti. Prevedere, ad esempio, la opportunità di eseguire lavori per proteggere, con cosiddetto “cappotto termico”, la parete nord di un fabbricato, senza pagare un euro, e che paghi tutto lo Stato, in un Paese dove almeno la metà del territorio ha una temperatura invernale che solo raramente scende al di sotto dello zero, dovrebbe quantomeno stupire. Si prevede, infatti, di destinare alcuni miliardi di euro a queste attività, sottraendoli ad altri impieghi, quali ad esempio la tutela del circa 12% di bambini italiani che vive in condizioni di povertà sanitaria, ossia che se sta male non può curarsi.

Chiariamo un punto metodologico: questo nostro ragionamento non è il solito intervento che ipotizza che si possa fare di meglio, perché questa è la scusa di chi non effettua scelte oppure di chi si trova all’opposizione ma se fosse al Governo farebbe la stessa cosa. È invece un tentativo di evidenziare in cosa consista una diretta conseguenza di un mancato dibattito sulle scelte da realizzare. Se il dibattito si nasconde, affibbiando un nome falso alle norme e quindi dichiarando una detrazione fiscale per il contribuente invece di un incentivo per il settore edilizio, è chiaro che di conseguenza ciascuna riflessione attorno all’analisi delle scelte alternative si colora solamente di opportunismo. Dichiaro di voler ottenere A per ottenere B, così ottengo il consenso di coloro che non incentivo, perché dichiaro di incentivarli, e ottengo il consenso di coloro che incentivo veramente, perché effettivamente percepiscono gli euro stanziati.

E dove è la funzione della politica economica? Dove sono le parti politiche che scelgono diversamente in funzione delle necessità che ritengono di dover soddisfare? Forse si ritiene utile non esporsi con dibattiti chiari, perché una appartenenza politica possa essere anche un veicolo da sfruttare solo temporaneamente, per poi cambiarlo quando sarà opportuno farsi trasportare da un altro veicolo democratico, ossia far parte di un’altra maggioranza e di un altro partito o movimento. Tuttavia, questa strategia ci sembra di corto respiro per l’economia stessa, oltre che per chi la realizza, in quanto scava un solco fra le scelte effettuate e coloro i quali godono o meno di quelle scelte. Si separano i decisori politici dai soggetti che realmente sono destinatari delle risorse e si stimolano quindi, per questa via, comportamenti trasformistici. Comportamenti analoghi che sul finire dell’Ottocento, oltretutto, hanno innescato trasformazioni radicali che la politica stessa non è stata in grado di seguire poi democraticamente nei decenni successivi. Se il periodo storico che viviamo è di crisi, come abbiamo più volte sottolineato in precedenti interventi su questo Osservatorio, questa pandemia ovviamente acuisce la crisi, che consiste proprio in una difficoltà di scegliere. In questo caso, l’avvio di una soluzione positiva coincide con un aumento delle attività di dibattito democratico circa le scelte da effettuare e non nel nascondere dei provvedimenti dentro o dietro altri provvedimenti. Quando ci si nasconde, infatti, ci si isola e se si aumenta l’isolamento fra le varie parti del Paese, si limitano la circolazione delle idee e quindi le soluzioni positive da poter individuare. Ogni provvedimento non chiaro, in questi termini che abbiamo delineato – insieme a quelli che abbiamo delineato in altri interventi su questa rivista, quando ci riferivamo alla limitazione degli importi finanziati in funzione del numero di coloro che avevano diritto ad accedere ad un incentivo – determina un peggioramento immediato delle possibilità di ripresa, perché limita la rosa delle alternative fra le quali scegliere e quindi la scelta da intraprendere diventa sempre meno il risultato di idee in competizione ed innovative. Quando c’è crisi, la novità è parte stessa della soluzione, in quanto la crisi consiste nella incapacità di scegliere fra le diverse alternative anche perché le alternative esistenti possono essere ritenute inadeguate. Le dichiarazioni politiche trasparenti aumentano quindi le possibilità di uscire dalla crisi e speriamo che tutti coloro i quali possono, intervengano su questi e su altri aspetti della vita democratica di questo Paese, perché solo così aumentiamo le possibilità si fuoriuscire dal tunnel della crisi, che è iniziata ben prima e quindi rischia di andar ben oltre la terribile pandemia di questi anni.


[1] Non precisiamo gli aspetti giuridici relativi a quale siano i requisiti necessari per usufruire della detrazione, perché che sia proprietà, usufrutto, o altro, oppure che si debba vivere nell’immobile, o meno, poco importa ai fini di ciò che vogliamo evidenziare in questo intervento: chi siano il vero beneficiario ed il vero finanziatore di questi interventi.

[2] Anche in caso di detrazione fino al 50% o 65% un aumento dell’importo dei lavori commissionati ingenera un vantaggio fiscale che può incentivare comportamenti collusivi a carico dello Stato. Questo non vale per le banche, le quali però non possono decidere l’importo della detrazione che si crea nel contratto di ristrutturazione/riqualificazione. Esse offrono il servizio di acquisto dei crediti ceduti ed a un maggior credito corrisponde ovviamente un maggior guadagno.


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