Due mesi fa abbiamo pubblicato una statistica che fotografava lo “scalino” dei prezzi, avvenuto in Italia dal 2021 al 2024.[1] La variazione dell’indice dei prezzi al consumo (FOI), infatti, non ha registrato una vera inflazione, quanto invece una redistribuzione dei redditi dai lavoratori alle imprese, per un importo pari a circa il 17% in quattro anni.
Ad oggi, con la prospettiva dei dazi sul commercio internazionale, alcuni osservatori paventano un nuovo rialzo dei prezzi, di nuovo indicandolo come un rischio inflazione.
A tal proposito è quindi bene chiarire che in assenza di adeguamenti nei redditi dei lavoratori, si può prospettare solo un’altra redistribuzione del reddito a favore, in particolare, di quelle imprese che riusciranno a ribaltare sui prezzi di vendita gli eventuali costi aggiuntivi subiti nel proprio commercio internazionale o nel rapporto coi fornitori per i dazi sul commercio.
Tale redistribuzione è di nuovo improbabile che configuri un’inflazione perché i redditi dei lavoratori sono più ridotti rispetto a qualche anno fa, in termini di potere d’acquisto. [2]
Pertanto, le eventuali manovre di rincaro dei prezzi da parte di alcuni settori imprenditoriali potranno quindi solo limare ulteriormente a proprio favore i rapporti coi consumatori, perché è nel frattempo rimasta invariata la tendenza, in essere da oltre quarant’anni in Italia, verso un aumento delle disuguaglianze.[3]
[1] https://analisieconomica.it/news/il-senso-di-un-salario-orario-in-euro/
[2] Condizioni di vita e reddito delle famiglie – Anni 2023-2024 – Istat
[3] 8.3.b-report-IT.pdf, p. 3 e seguenti.
