Uno dei capisaldi dello scontro fra liberali e socialisti è sempre consistito nella differente considerazione circa il rapporto fra individuo e società. Abbiamo rivisto un cenno di questa riproposizione in un recente scambio in merito al salario minimo, definito uno strumento socialista sovietico oppure un minimo segno di civiltà.
C’è un aspetto curioso di questo dibattito, che riguarda proprio gli ambiti ideologici che, oggi, appaiono ribaltati rispetto alle posizioni storiche dei due schieramenti che si fronteggiano come sostenitori o avversari di questo provvedimento. Uno dei più grandi teorici liberali dell’economia, Friedrich von Hayek, sosteneva che la differenza radicale fra i liberali e i socialisti potesse essere ricondotta a questo: i socialisti puntano all’uguaglianza dei punti di arrivo degli individui, mentre i liberali puntano all’uguaglianza dei punti di partenza. Con ciò si intende che mentre i socialisti puntano alla giustizia sociale, ossia a condizioni economiche uguali per tutti, indipendentemente dai punti di partenza di ciascuno, i liberali puntano a fornire pari condizioni di partenza per ciascuno, per poi lasciare gli individui liberi di realizzare le proprie personalità e aspirazioni.
In quel poco di riflessione che è rimasta nel panorama politico attuale, è quindi singolare vedere come il salario minimo, in quanto punto di partenza, sia sostenuto dai politici di ascendenze socialiste, mentre sia avversato dai politici di ascendenze liberali. Il motivo, però, è che queste differenze non riteniamo possano essere ritenute serie, perché temiamo siano solo dettate dal mero posizionamento nell’agone politico, per cui il primo che parla stabilisce la posizione dell’altro: se tu sei favorevole al salario minimo, allora io lo considero (negativamente) socialista, mentre se tu sei contrario al salario minimo, io lo considero un minimo di civiltà dal quale partire.
Questa situazione vale ormai da anni. Basti pensare che la riduzione del cuneo contributivo prevista dal Decreto Lavoro del 2023, aumenta di circa 80 euro al mese i redditi dei soli lavoratori dipendenti ed è realizzato da forze politiche che si opposero al bonus Renzi di 80 euro al mese per i lavoratori dipendenti, varato nel 2014, proprio perché si applicava solo ai lavoratori dipendenti. Chiaramente questo secondo provvedimento costituiva una detrazione d’imposta mentre quello di oggi un esonero contributivo ma entrambi costituiscono una riduzione dei tributi e si applicano per gli stessi importi, ai soli lavoratori dipendenti, con salari più bassi. La differenza fra i due provvedimenti non giustifica affatto l’acredine delle due posizioni, favorevoli oppure opposte, espresse dagli stessi soggetti. Per questo riteniamo si tratti solo di una mera conseguenza del posizionamento politico nella maggioranza o nell’opposizione di turno.
Il problema è che abbiamo iniziato questo teatrino da almeno 15 anni e se continuiamo così non facciamo che aumentare la confusione ideologica di ciascuno e peggiorare la situazione di tutti. Ben al di sotto dello scontro ideologico, al quale oggi non si arriva di certo, sarebbe invece il caso di lottare per modificare la situazione dei redditi relativi nel nostro sistema economico e non di lottare per posizionarsi in maniera più visibile all’opposizione di quanto sostenuto da chi consideriamo un avversario. Certamente, per farlo bisognerebbe avere una caratura politica più elevata; però lavorare per cercare di raggiungerla potrebbe garantire a ciascun politico un miglioramento duraturo del proprio posizionamento, se in grado di permettere un miglioramento della situazione economica di tanti gruppi di persone. Queste non sarebbero più inclini a cambiare voto e schieramento politico così facilmente, quanto è superficiale la posizione politica che ritengono sia di volta in volta sostenuta dal politico che votano.
Una diminuzione dello scontro tra posizioni politiche superficiali e un miglioramento dell’approfondimento politico delle posizioni, potrebbe allora permettere di migliorare la posizione di chi si impegnasse in questa sfida e soprattutto migliorare il livello del dibattito democratico e la riflessione economica sui prossimi provvedimenti necessari. È infatti ormai necessario affrontare l’aumento delle disuguaglianze e la crisi economica incombente, stimolate dalla guerra in Ucraina, dalla stretta della BCE, e da quella in arrivo, che sarà dettata dal ripristino dei vincoli di bilancio europei. Senza un’attenzione su questa cornice, nazionale ed europea, il quadro economico italiano non può essere dipinto a piacimento perché non si possono proprio scegliere i colori e la tela su cui dipingere la situazione economica del Paese. E se non si sceglie che tipo di dipinto realizzare, la realtà si dipinge comunque senza il nostro intervento, ma le tinte saranno più fosche, ossia la realtà più confusa e il futuro più incerto perché non avremo contribuito a sceglierlo.
È ora di muoversi e abbandonare gli schieramenti politici superficiali; bisogna aumentare e ripristinare lo spirito critico dei tempi migliori, avviare dibattiti democratici che superino il livello dei video sui social, incontrarsi per discutere concretamente come migliorare la situazione, con quali provvedimenti e con quali scadenze. C’è una responsabilità in ciascuno di noi e la superficialità politica ne è solo l’espressione visibile, ma il rimedio non può essere il disimpegno sociale e il ritiro nei social. In qualsiasi ambito, sfruttiamo e aumentiamo gli spazi di democrazia; solo così potremo ridurre la frammentazione attuale ed evitare una depressione economica che si profila all’orizzonte.
