Questo Report è tratto dall’Osservatorio Trimestrale sui Dati Economici Italiani, di cui sono Direttore Scientifico, pubblicato da Mazziero Research, visualizzabile al seguente link: https://www.mazzieroresearch.com/quaderno-di-ricerca/
- Introduzione.
In un recente intervento su Twitter,[1] Olivier Blanchard, l’economista autore del manuale di macroeconomia best seller nel mondo,[2] riassume la natura generale dell’inflazione, oltre le cause contingenti dei prezzi energetici.
Egli afferma che l’inflazione è “il risultato del conflitto distributivo”, fra imprese, lavoratori e contribuenti. Questi ultimi, in particolare, sono coinvolti perché lo Stato può giocare un ruolo mediante la politica fiscale che permette di redistribuire le risorse o di erogare sussidi. Tuttavia, mentre le istituzioni pubbliche avrebbero un ruolo nella conclusione dell’inflazione e nella stabilizzazione dei prezzi, Blanchard ritiene che l’inflazione sia proprio dovuta al conflitto fra imprese e lavoratori[3] che solo una manovra di politica monetaria restrittiva potrà sedare. Il motivo è presto detto: “nel mercato del lavoro, i lavoratori possono trovarsi in una posizione più forte, per contrattare salari più alti, dati i prezzi. Ma, nel mercato dei beni, le imprese possono a loro volta trovarsi in una posizione di forza per incrementare i prezzi, dati i salari.”
Questa posizione è ampiamente condivisa, anche a livello politico oltre che economico, e fa parte dell’impianto della spiegazione della macroeconomia che l’Autore impiega nel richiamato manuale. Essa costituisce, inoltre, l’impostazione che stimola le azioni restrittive della Banca Centrale Europea e che frena l’avvio di rivendicazioni salariali da parte dei sindacati dei lavoratori e dei partiti politici.
L’origine dell’inflazione odierna, anche da Blanchard, è quindi ricondotta ai prezzi dell’energia; tuttavia, a partire da quel dato, le imprese hanno incrementato i prezzi, come riflesso dei maggiori costi, mentre i lavoratori, volendo resistere alla diminuzione del salario reale, sarebbero inclini a richiedere maggiori salari.[4] In questo modo, l’eventuale perdurare dell’inflazione sarebbe da ricondurre a un conflitto distributivo, indipendentemente dalla causa originaria.
Certamente, si afferma, lo Stato potrebbe giocare diversi ruoli, tramite la politica fiscale. Potrebbe intervenire sui costi dell’energia, erogare sussidi, limitare la riduzione dei salari reali e la pressione sui salari nominali. Tali ruoli dipendono dalle capacità di accordo fra i vari attori; “tuttavia”, come scrive Blanchard, “questo richiede più di quanto possiamo sperare di ottenere e semplicemente non accade”. Per questo motivo, a suo modo di vedere “alla fine […] la stabilizzazione dell’inflazione viene lasciata alla politica monetaria”.
Apprezziamo la sintesi e la semplificazione, necessarie per poter cercare di cogliere in 8 tweet, gli elementi essenziali di una tesi economica. Contestiamo invece la causa dell’inflazione, che Blanchard riconduce a un conflitto distributivo, e la soluzione che, ancorché in maniera inefficiente, egli ritiene si potrà trovare nella politica monetaria. Procediamo per passi.
- Il supposto conflitto distributivo.
Lo schema di Blanchard è noto: da un lato vi sono i lavoratori in grado di ottenere aumenti salariali, mentre, dall’altro, vi sono le imprese in grado di aumentare i prezzi, nel mercato dei prodotti. Per spiegare la causa dell’inflazione, si ipotizzano due sequenze che terminano con lo stesso risultato: se le imprese aumentano i prezzi e i lavoratori rispondono aumentando i salari o, viceversa, se i lavoratori ottengono incrementi salariali e le imprese rispondono aumentando i prezzi, aumenta comunque il livello dei prezzi.
Così, di fronte a queste sequenze, si ritiene che il legame fra i comportamenti di questi due soggetti comporti necessariamente l’inflazione, se non c’è un accordo sulla distribuzione dei redditi, ossia sui redditi relativi dei lavoratori e delle imprese.[5]
Per verificare se l’inflazione sia effettivamente dovuta a un tale conflitto distributivo, riteniamo utile introdurre un analogo ragionamento sequenziale, nel quale, tuttavia, ad un aumento dei prezzi o dei salari, non consegua, rispettivamente, un aumento dei salari o dei prezzi.
In un primo caso, se ipotizziamo che le imprese aumentino i prezzi, e i lavoratori non aumentino i salari, si ottiene un aumento dei prezzi e una riduzione del potere d’acquisto dei soli lavoratori. Viceversa, se i lavoratori ottengono un aumento dei salari ma le imprese non aumentano i prezzi, la sequenza non porta ad un aumento dei prezzi, e si realizza una redistribuzione dei redditi a favore dei lavoratori, con una riduzione dei profitti relativi conseguiti dagli imprenditori.
Con queste sequenze comportamentali inverse, quindi, un’azione riuscita di uno dei due soggetti economici determina una riduzione relativa del reddito dell’altro soggetto. Tuttavia, nel caso in cui i lavoratori aumentassero i propri salari nominali e le imprese non aumentassero i prezzi dei prodotti, ossia nella quarta ipotesi di comportamento, questa variazione relativa dei redditi non sarebbe accompagnata dall’inflazione. Ossia: il conflitto distributivo permarrebbe sempre, in tutte le quattro ipotesi, ma in una di esse, e precisamente in quella in cui i lavoratori ottengono incrementi salariali nominali e le imprese non aumentano i prezzi dei prodotti, ovviamente, non vi sarebbe la creazione di inflazione.
Da un punto di vista logico, questa sequenza indica che il conflitto distributivo non causa necessariamente l’inflazione, anche se non nega ancora che l’inflazione non possa essere determinata che da un conflitto distributivo. Per fare questo passo ulteriore, è però sufficiente considerare, banalmente, che l’inflazione registra l’aumento dei prezzi stabiliti dalle imprese per non subire una eventuale diminuzione dei profitti dovuta a un aumento dei costi. Proprio questo, quindi, implica che l’inflazione sia la risposta delle imprese a un aumento dei loro costi, anche di origine non salariale, come del resto accaduto per il tipo di inflazione che stiamo vivendo dalla fine del 2021.
Per tale motivo, quindi, e contrariamente a quanto lo stesso Blanchard afferma, alla base del perdurare dell’inflazione non vi è necessariamente un conflitto distributivo ma il potere delle imprese di determinare i prezzi dei prodotti mediante una azione (macroeconomica) finalizzata al conseguimento di un certo margine di profitto, rispetto a tutti i costi sostenuti; anche quelli non salariali. Dato che il profitto delle imprese deriva dal loro potere sui prezzi, il profitto è infatti dato dall’importo che rimane agli imprenditori dopo aver sostenuto i costi e la remunerazione dei fattori produttivi.
Possiamo quindi affermare, non solo che alla base dell’inflazione non ci sia necessariamente un conflitto distributivo, ma anche che il perdurare dell’inflazione non sia affatto dovuto a un conflitto distributivo; [6] ciò in quanto, anche nella stessa descrizione espressa da Blanchard, il sistema economico non è caratterizzato da un certo potere contrastato da un analogo potere. In esso, le imprese decidono i prezzi dei prodotti mentre i lavoratori contrattano il salario nominale con le imprese. L’inflazione misura quindi l’azione delle imprese per mantenere i propri profitti. Non siamo in un sistema economico con soggetti di pari potere ma in un sistema economico guidato dalle imprese.
È bene chiarire subito che, in quanto le imprese hanno il potere di determinazione dei prezzi, esse hanno quindi il potere di stabilire il valore reale delle variabili, compreso il salario, anche se non necessariamente e immediatamente il valore relativo del fattore lavoro, ad esempio, rispetto al fattore capitale. Il valore relativo dei fattori produttivi, infatti, dipende anche dalla tecnologia impiegata dalle imprese e quindi dalla produttività di ciascun fattore rispetto agli altri fattori. C’è tuttavia un collegamento fra il valore reale dei fattori e quello relativo.
- Profitto e produttività dei fattori
Gli imprenditori hanno un potere immediato sul prodotto da vendere, perché è un proprio prodotto. I lavoratori, invece, non hanno lo stesso potere perché la forza lavoro salariata è una forza che necessita di un imprenditore per poter essere considerata un fattore produttivo, ed essere connessa con gli altri elementi per creare un prodotto di proprietà dell’imprenditore.
Anche se vi sono particolari lavoratori in grado di incidere sul proprio salario nominale senza causare una crescita dei prezzi, ciò accade perché, e sino a quando, si tratti di una porzione del costo totale del fattore lavoro, tale da non stimolare l’azione delle imprese verso un aumento dei prezzi. Per la maggior parte dei lavoratori, invece, la determinazione del salario riguarda solo il salario nominale e non quello reale. Questo, tuttavia, non esclude che un rincaro del fattore lavoro possa intervenire rispetto al fattore capitale e quindi, in caso di un certo grado di sostituibilità fra fattori, possa causare un aumento della disoccupazione.[7]
Nel lasso di tempo durante il quale fronteggiano costi del lavoro maggiori, infatti, le imprese possono contemporaneamente cercare di aumentare la produttività del fattore lavoro per una variazione tendenzialmente positiva dei profitti totali, ma questo impegno può comunque accompagnarsi a una riduzione dell’impiego del fattore lavoro, evidentemente a favore del fattore capitale.[8] Questo elemento della sostituibilità fra i fattori, è alla base del modello del mercato del lavoro sostenuto dalla gran parte degli economisti e condiviso dall’impostazione di Blanchard. Esso è uno degli elementi centrali della teoria economica odierna, che suggerisce ai lavoratori l’opportunità di un’acquiescenza rispetto ai valori reali delle variabili stabiliti dalle imprese, evitando di aggiungere al problema dell’incapacità di determinare comunque il salario reale, anche quello di aumentare la disoccupazione.[9]
Ecco allora che gli economisti, come soluzione a questa catena di eventi, e per favorire un miglioramento contestuale della situazione dei lavoratori e delle imprese, sono soliti spingere per un aumento della produttività dei lavoratori, nella convinzione che essa possa determinare un aumento dei salari reali, in quanto possibilmente legati all’andamento della produttività.
Un esito positivo della sequenza dovrebbe quindi prevedere, in questo caso, un iniziale aumento dei prezzi e una riduzione dei salari reali, con un successivo aumento della produttività dei lavoratori per poter, da un lato, recuperare il salario e il potere d’acquisto rispetto ai prezzi dei prodotti e, dall’altro, permettere una riduzione degli altri costi sostenuti dalle imprese, migliorandone i margini di profitto.
Non bisogna dimenticare che una tale sequenza, suggerita, non da ultimo, anche dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco,[10] implica che un incremento della produttività messa in campo dai lavoratori, riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto, possa trasformarsi in un aumento dei salari in virtù dei maggiori margini di profitto che tale incremento di produttività del lavoro riesce a garantire alle imprese, senza incidere negativamente sui livelli di impiego del fattore lavoro.
In un sistema in cui i salari nominali sono stabiliti mediante un rapporto fra lavoratori e imprese, un incremento della produttività potrebbe, in effetti, concedere spazi di incrementi retributivi da parte delle imprese.
Bisogna tuttavia ricordare che, anche se il primo passo in tale direzione riguarderebbe la negoziazione del salario nominale, non di quello reale, tuttavia, la distribuzione del valore aggiuntivo disponibile per effetto dell’incremento della produttività, ossia il rapporto fra i costi, i salari e profitti, si stabilisce in funzione delle scelte delle imprese che sono le proprietarie dei prodotti e ne possono quindi determinare i prezzi. Tant’è vero che, nell’ipotesi in cui i lavoratori riuscissero a far valere un rapporto a proprio favore, tanto da ottenere incrementi salariali ritenuti comunque eccessivi dalle imprese, queste ultime potrebbero procedere – e con successo – ad aumentare i prezzi per ripristinare i margini di profitto minacciati dall’incremento dei salari nominali. Il motivo razionale è che l’incremento della produttività consta di un impiego del fattore lavoro nell’ambito dell’impresa e quindi costituisce un’attività mediata dall’impresa, che mette in moto e organizza lo stesso fattore lavoro, il capitale e le materie necessarie.
La constatazione di questa realtà, costituisce probabilmente la base delle riflessioni che inducono oggi Blanchard, nonostante dichiari che il proprio modello sia basato sui rapporti di potere fra imprese e lavoratori, a scrivere che un accordo fra lavoratori e imprese non potrà facilmente essere raggiunto e quindi che sarà necessario attendere gli effetti dei provvedimenti della politica monetaria che riduca l’aumento dei prezzi stabiliti dalle imprese. Qui, però, giungiamo alla chiarificazione del punto maggiormente importante.
L’azione delle imprese stabilisce la distribuzione dei redditi solo come un sottoprodotto del livello di profitto che esse intendono conseguire, anche inglobando le variazioni della produttività. Un’azione della politica monetaria, invece, non permette di stabilire direttamente la distribuzione dei redditi ma solo di contrarre la domanda aggregata per ridurre l’inflazione, agendo sulla riduzione degli investimenti delle imprese e dei consumi dei vari soggetti economici.
Per procedere quindi a stabilire la distribuzione dei redditi mediante le scelte dei soggetti che popolano il sistema economico, non possiamo abbandonarci alle desolate considerazioni dei tweet di Blanchard. Dato, infatti, che le altre modalità di relazioni economiche permettono di stabilire una certa distribuzione dei redditi solo in dipendenza delle scelte di una parte della società o mediante una contrazione della ricchezza prodotta, la società è continuamente pervasa da ricorrenti spinte verso differenti configurazioni della distribuzione dei redditi. Per questo motivo, come del resto riconosce lo stesso Blanchard, per stabilire la distribuzione del valore delle grandezze direttamente collegate alla produzione, sia pubblica che privata, nonché produrre e modificare il valore reale e relativo di tutte le variabili, si agisce per mezzo della politica economica. Il punto allora diventa: da quali presupposti procedere; e con quali obiettivi da raggiungere?
- La politica economica oltre la stabilità monetaria
L’inflazione, quindi, è solo la conseguenza di ciò che potrà essere posto in essere dalle imprese, se insoddisfatte degli accordi, raggiunti o mancati, con i lavoratori. Essa è il sintomo del potere delle imprese e non del conflitto distributivo. Il conflitto distributivo, invece, si può vedere direttamente nelle scelte di politica economica. Per azionare correttamente le leve della politica economica, quindi, bisogna innanzitutto riconoscere che, nell’attuale situazione inflazionistica, i prezzi sono aumentati per l’incremento del costo dell’energia, e non per l’aumento dei salari. Non si può quindi ritenere, come primo obiettivo, che si debbano ricostituire i margini di profitto delle imprese, senza anche considerare che il salario reale è diminuito per effetto di quei costi e dell’inflazione azionata dalle imprese per porvi rimedio. A differenza di quanto accadde per una parte degli anni 70 del secolo scorso, infatti, oggi non si è assistito a un aumento dei prezzi, per ripristinare i profitti reali diminuiti in conseguenza dell’aumento dei salari nominali. Quindi, anche il punto di partenza della politica economica non può essere lo stesso di allora. Non si può cioè sperare che le tre azioni indicate da Carlo Azeglio Ciampi più di 40 anni fa per ridurre l’inflazione, ed oggi richiamate dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco,[11] possano aver presa sulla realtà dei fatti odierna e, in tal senso, risolvere il problema, invece di aggravarlo.
L’allora Governatore della Banca d’Italia, e successivamente Ministro dell’Economia e poi Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, lo ricordiamo, dichiarò nel 1981 la necessità di stabilire “un vero cambiamento di costituzione monetaria, che coinvolge[sse] la funzione della banca centrale, le procedure per le decisioni di spesa pubblica e quelle per la distribuzione del reddito.”[12] Questa richiesta si tradusse, immediatamente e per i decenni successivi, nell’indipendenza della banca centrale e della politica monetaria dalla politica fiscale, nella previsione del pareggio del bilancio pubblico, oggi stabilito anche dalla Costituzione della nostra Repubblica, all’articolo 81,[13] e in una stasi generale dei salari reali e relativi.[14]
Ciò che, allora, si puntava a controllare mediante queste tre dimensioni, non era direttamente l’inflazione, bensì la politica economica dello Stato che fosse finalizzata a sostenere le rivendicazioni salariali dei lavoratori. Il fine era costituito dallo spingere i lavoratori all’accettazione della determinazione del salario reale da parte delle imprese, ottenendo la riduzione dell’inflazione come suo sottoprodotto. L’insieme di quelle azioni fu efficace nel ridurre l’inflazione, ma come conseguenza di una riduzione dei salari relativi e reali. Proprio per questo, oggi, nonostante in molti puntino al rafforzamento di quella costituzione monetaria, si deve invece negare l’affidamento a quelle azioni, perché controproducenti.
Ad oggi, le imprese, pur avendo subito una ristrutturazione nei vari settori industriali e quindi una riallocazione dei profitti, per effetto dei rincari energetici, hanno comunque in generale aumentato i prezzi dei prodotti per mantenere o ricostituire almeno una parte dei loro margini di profitto. È quindi mal centrata, rispetto al problema attuale, l’ipotesi di un controllo dell’azione dello Stato perché non permetta una crescita dei salari reali, e un recupero di quelli relativi, ridotti da quest’inflazione.
L’elemento preoccupante relativo alla riproposizione delle linee di politica economica e sociale degli anni 80, riguarda quindi proprio il controllo della politica economica che esse perseguono, nascosto dietro il pur necessario controllo dell’inflazione. La politica economica, infatti, costituisce l’espressione e il medium democratico delle differenti istanze sociali, laddove queste ultime costituiscono l’unico canale per gestire il dimensionamento relativo dei livelli delle variabili; e l’inflazione di oggi non ha stabilito una distribuzione dei redditi a favore dei lavoratori.
In tal senso, l’indipendenza della banca centrale costituisce il riferimento a un lavoro tecnico che riduca l’inflazione mediante una contrazione generale della domanda aggregata, mentre il lavoro da svolgere è economico politico finalizzato alla modulazione della distribuzione dei redditi per evitare un acuirsi delle difficoltà sociali e una riduzione della coesione sociale. Allo stesso modo, il controllo del bilancio statale deve oggi rientrare in una necessità di gestione annuale e pluriennale delle risorse di ciascun Paese, sia in termini di settori di produzione che di settori di consumo, salute e assistenza, da sviluppare adeguatamente.
Dal lato delle relazioni industriali, non da ultimo, ci possiamo anche augurare che gli incrementi di produttività auspicati si tramutino in impegni, e poi in azioni, delle parti sociali; tuttavia, in quanto essi non garantiscono automaticamente il recupero del salario reale perduto, e riguardano comunque la parte dell’economia a gestione privata, non coinvolgono direttamente amplissimi settori economici, quali la sanità, l’istruzione e la ricerca pubblica, i servizi erogati dai lavoratori autonomi, ecc.. Gli incrementi della produttività non possono quindi costituire una possibile soluzione senza che siano accompagnati da un riferimento diretto ai settori di interesse, sia di investimento che di consumo, e tanto a caratterizzazione privata che pubblica.
La soluzione passa quindi, necessariamente, per una certa impostazione di politica economica che stabilisca una certa modulazione della distribuzione dei redditi e che prenda atto, soprattutto, che non c’è possibilità di soluzione positiva solo mediante le scelte di politica monetaria. La politica monetaria della BCE, così com’è strutturata la sua indipendenza e il suo ambito di intervento, può infatti solo ridurre l’inflazione tramite una riduzione della circolazione monetaria e della domanda aggregata, delle imprese e dei consumatori.
Dal punto di vista della politica economica, è comunque bene specificare che, dato il potere sui prezzi espresso dalle imprese, non può essere efficace aumentare tutti i salari nominali; è tuttavia necessario aumentare i salari più bassi, per migliorarne il poter d’acquisto relativo, così com’è necessario aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori mediante manovre, sia giuridiche che economiche, che agiscano sulla progressività dell’imposizione tributaria, senza necessariamente ridurre i profitti nominali.
Per migliorare la situazione economica, come abbiamo già sottolineato altrove,[15] non riteniamo sia quindi utile determinare un salario minimo ma riteniamo necessario agire per ridurre il cuneo fiscale, secondo un’ottica di maggiore progressività dell’imposizione tributaria, ristabilire un carico fiscale minore sui redditi da lavoro rispetto ai redditi da capitale, nonché limitare il tax gap che caratterizza negativamente il nostro sistema. Questi interventi non escludono una rimodulazione della spesa pubblica che riduca gli incentivi alle produzioni inquinanti e aumenti la spesa sanitaria e assistenziale, oltre che per la transizione ecologica necessariamente collegata a quella digitale.
La natura e le modalità del finanziamento della politica economica, sono per questo fondamentali. In tal senso, è necessario adoperarsi perché si decida, a livello almeno europeo, la raccolta e l’allocazione del risparmio e degli investimenti, e l’avvio, mediante la contrattazione fra le imprese, i lavoratori, lo Stato e l’UE, di procedure di emersione di bisogni e programmazione della loro soddisfazione, secondo tempi, risorse e tecnologie di realizzazione, nonché della relativa distribuzione dei redditi.
Prima comprendiamo l’inadeguatezza della riproposizione di tesi passate e i differenti punti di partenza della situazione economica attuale, prima riconosciamo questa sequenza effettiva di responsabilità e poniamo le premesse per i passi avanti necessari a non andare indietro; ricordando sempre che non si può procrastinare all’infinito il riconoscimento dei fatti e che la realtà non si ferma; mentre l’economia procede comunque.
[1] Si tratta di 8 tweet del 31 dicembre 2022, postati sul profilo @ojblanchard1, numerati in sequenza. Le citazioni in Italiano sono una nostra traduzione dagli originali in Inglese.
[2] Blanchard, O., Amighini, A., Giavazzi, F. (2021). Macroeconomia. Bologna: il Mulino.
[3] Del resto i contribuenti appartengono ad entrambe le categorie.
[4] Questo sta accadendo nel Regno Unito ma per ora non sta accadendo in Italia.
[5] Questo, ovviamente, rievoca la spirale prezzi-salari, già vissuta per una parte degli anni 70 del Novecento, e che avrebbe portato al perdurare dell’inflazione. Nel modello di Blanchard, lo ricordiamo, si determina un equilibrio, ossia un certo importo delle variabili che non è destinato a cambiare, quando i prezzi dei prodotti stabiliti dalle imprese determinano un salario reale che soddisfa anche i lavoratori.
[6] Alcuni confondono il conflitto distributivo con la lotta di classe. La lotta di classe è però una ipotesi di dinamica della storia, per la quale la società sarebbe guidata, in un’epoca, da una classe, che poi causerebbe il proprio superamento e la guida da parte della classe successiva. La lotta di classe, cioè, non è un conflitto distributivo; una lotta fra due soggetti con simili poteri e per un medesimo interesse. È la lotta fra due soggetti con diversi poteri e interessi differenti, che si sviluppa in seno alla società in conseguenza dello svolgimento dei rapporti economici nel corso della storia.
[7] In caso di ridotta sostituibilità, se l’aumento dei salari precede l’aumento dei prezzi, durante l’arco di tempo che precede l’aumento dei prezzi le imprese possono subire una diminuzione dei profitti. Esse tenderanno però a contrastare questo fenomeno mediante un aumento dei prezzi, che gli potrà permettere un aumento dei profitti in caso di domanda sufficientemente rigida. Ricordiamo che, secondo la teoria microeconomica (Impicciatore, G. (1998). Introduzione alla moderna microeconomica. Padova: CEDAM), nei mercati non perfettamente concorrenziali le imprese massimizzano il profitto, ossia agiscono razionalmente, se collocano la produzione a un livello in cui la domanda è elastica. La rigidità della domanda potrebbe tuttavia caratterizzare un punto nel quale le imprese collocano la propria produzione, anche se non economicamente razionale, perché in concomitanza di quel punto esse possono conseguire un saggio di profitto ritenuto, in ogni caso, soddisfacente. La soddisfazione relativa a un certo saggio di profitto, infatti, come ci insegna Alfred Marshall, non consegue direttamente e solamente dal raggiungimento del punto di massimizzazione del profitto, potendo essere dettata, nella realtà economica, da molteplici fattori che condizionano la razionalità, aggiungiamo noi, determinandola storicamente.
[8] Non si può tuttavia non considerare che gli elementi che costituiscono il capitale sono dei prodotti e quindi che anche i costi del capitale sono prezzi stabiliti dalle imprese. Ovviamente da una porzione di esse, esattamente come una porzione di esse è costituita dalle imprese che acquistano tali elementi e che in base ai prezzi degli elementi del capitale, stabiliscono i propri prezzi a valle. Questo significa che, all’interno del settore delle imprese, un aumento della produttività del fattore lavoro che ne riduca il costo relativo rispetto al capitale, produce effetti contrastanti. Essa, da un lato induce una riduzione dei ricavi da vendita, per quella parte del settore di imprese che produce beni intermedi. Dall’altra, un incremento della produttività del fattore lavoro può comportare un incremento della domanda di capitale, in quanto una pari quantità di fattore lavoro impiegherà una maggiore quantità di fattore capitale.
[9] Si tratta di un problema strettamente connesso con l’ulteriore supposto antagonismo che vi sarebbe fra i lavoratori e i disoccupati, che abbiamo già criticato, anni orsono, sempre su questo Osservatorio: Serafini G. (2017) “Il mercato del lavoro secondo Olivier Blanchard”, Quaderno di ricerca. Osservatorio trimestrale sui dati economici italiani, anno 7, n. 2, ISSN 2283-7035, Mazziero Research, Vanzago.
[10] Ad esempio: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2023/Visco-2023.02.04-FOREX.pdf, p. 6.
[11] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2023/Visco_Warwick_110223.pdf, p. 13.
[12] Ciampi, C.A., Considerazioni finali, Assemblea dei soci della Banca d’Italia, 31 maggio 1981, p. 38.
[13] L’articolo 81, così recita: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte. Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.”
[14] Quest’ultima fu realizzata in Italia, in maniera sistematica, a partire dal voto degli italiani d’appoggio al referendum confermativo dell’abolizione della scala mobile, nel 1985.
[15] https://lavoce.info/archives/tag/gabriele-serafini/
