di Giulio de Felice*
Questo estratto è parte di un capitolo della monografia su psicopatologia adolescenziale e giustizia minorile che nei prossimi mesi sarà pubblicata da FrancoAngeli
Introduzione
Il presente contributo analizza due configurazioni relazionali opposte: la violenza e la capacità di odiare. La prima esita in un impoverimento psichico, la seconda in uno sviluppo psichico. Primariamente si introducono gli aspetti di violenza ed incapacità di odiare nell’attuale società occidentale. Quando una fragilità psichica viene inconsciamente sostenuta da una intera società diviene ancora più difficile alleviarla, e trasformarla in una risorsa che promuove sviluppo psichico. Nella seconda sezione si approfondisce l’uso dell’odio da parte dei bambini piccoli, al fine di mostrare la naturalezza di questa emozione e della sua origine. Nella terza e quarta sezione si approfondiscono gli esiti infausti di una incapacità di odiare, che sfocia nella condotta violenta antisociale. Sono ripresi e commentati i contributi pionieristici di Melanie Klein e Donald Winnicott, seguiti da contributi moderni della letteratura di settore: un nostro articolo pubblicato nel 2020, e la revisione della letteratura pubblicata da Alessandro Orsini sul tema della radicalizzazione. Infine, sono messe in luce le differenze tra la condotta violenta e la capacità di odiare. L’articolo, inoltre, mostra al lettore interessato diversi filoni bibliografici di approfondimento.
Il Mancato Riconoscimento dell’Odio nell’Attuale Società Occidentale
L’attuale società occidentale non contempla nessuno spazio di espressione per l’odio e, come sempre accade in questi casi, stressa le emozioni opposte come meccanismo difensivo. Siamo infatti una società basata sulla supposta libertà, uguaglianza e valorizzazione delle minoranze. Questa formazione reattiva, che implica la rimozione dell’emozione spiacevole (odio, che come vedremo è connesso alla paura), ha il vantaggio di liberare la nostra società dagli insostenibili sensi di colpa derivanti dall’idea di odiare il resto del mondo, i diversi, con i loro modelli, i loro vissuti, il loro diritto di essere nel mondo ed organizzare la loro società in modo diverso dal nostro. D’altronde, chi non odia mai, non si può sentire in colpa. Tuttavia, questo meccanismo ha un effetto collaterale: l’impoverimento della nostra società per la mancanza di una possibile e fruttuosa contaminazione con altri tipi di società, diversi dal nostro.
Gli sforzi occidentali volti al solido mantenimento della rimozione dell’odio comportano un notevole spreco di energie, sociali ed economiche. Infatti, tranne per il mondo dello sport, nel quale l’odio è genuinamente espresso tramite competizione, e la nostra società lo permette perché il “gioco” sportivo si pone in quell’area transizionale tra finzione e realtà che non intacca mai lo status quo politico esistente, in tutti gli altri settori l’emozione dell’odio deve essere estirpata alla radice. Le forze politiche italiane spesso sottolineano la necessità di combattere contro “la politica dell’odio”.
Le proteste di piazza dei cittadini vengono ignorate dal mondo istituzionale, se pacifiche, o condannate aspramente e perciò rifiutate in toto, se vi è al loro interno qualche accenno di violenza. Nel mondo anglosassone (Stati Uniti e U.K.), nazioni con fortissime tendenze colonialiste, l’odio è vissuto così male che vengono messi in atto degli specifici stili di formazione reattiva, che prendono diversi nomi in base all’ambito di applicazione. In ambito accademico si chiama “decolonizzazione dei curricula”. Questo termine indica la prescrizione statale alle università di rimuovere dai curricula formativi ogni traccia di “supremazia” del mondo “maschile e bianco occidentale” sul resto del mondo, al fine di dare il giusto valore alle teorie ed i risultati scientifici delle minoranze etniche. In breve, decolonizzare i curricula universitari significa rifiutare lo status quo della egemonia occidentale (maschile e bianca, il termine “caucasica” sarebbe troppo scomodo geopoliticamente) della conoscenza, per promuovere delle visioni alternative ed una maggiore integrità accademica. Queste prescrizioni ideologiche, che pervengono all’accademia per modificare i piani formativi, si scontrano con il modo di procedere scientifico, secondo il quale questi ultimi non si cambiano per ideologie, ma per risultati scientifici differenti.
La scienza è perfettamente egualitaria: se un maschio bianco occidentale dice qualcosa che non si accorda al corpus scientifico esistente in quel settore, il contenuto viene scartato. Nonostante questa semplice considerazione di base, la “decolonizzazione dei curricula” viene portata avanti con tutte le forze possibili, proprio per mantenere salda la rimozione dell’odio latente e dei sensi di colpa associati. Il problema psichico, in questo ambito, può essere descritto narrativamente come segue: il binomio odio- sensi di colpa all’interno della nostra società è talmente forte e non integrabile da impedire l’esistenza delle differenze. Assegnare maggiore importanza a Sigmund Freud, maschio bianco occidentale, nell’ambito dello sviluppo della psicologia, rispetto a Shirdi Sai Baba, mistico indiano che ha vissuto a cavallo del Novecento, è cosa talmente evidente che non dovrebbe esigere ulteriori spiegazioni. Tuttavia, la scelta di escludere il mistico indiano dal programma universitario si aggancia alla storia di colonialismo occidentale e fa scattare l’allarme psichico, che segnala proprio in questo punto l’esistenza della spiacevolissima carica emotiva derivata dal binomio odio-sensi di colpa. Il terrore di identificarsi con il “maschio bianco occidentale colonialista” è a questo punto talmente forte che, al fine di evitare questo esito psichico, decidiamo di dedicare spazio, nel corso universitario sui pionieri della psicologia, al nostro Shirdi Sai Baba. Questo è un esempio, in ambito accademico, degli sforzi della nostra società volti al mantenimento della rimozione del binomio odio-sensi di colpa.
Potremmo arricchire la descrizione proponendo esemplificazioni che vanno al di là dell’ambito accademico: dall’accusa, sempre negli Stati Uniti, alla non consensualità del bacio del Principe Azzurro a Biancaneve come espressione dell’egemonia occidentale maschile e bianca sulle donne; all’abbattimento di statue di esploratori occidentali del passato, i cui valori vengono giudicati su metriche moderne, non tenendo conto dei fattori storico-contestuali in cui essi hanno vissuto. Tuttavia, dato che il meccanismo psichico è il medesimo ed a cambiare sono soltanto gli ambiti di applicazione, si deve aggiungere solo che maggiore è l’assurdità della accusa, maggiore lo “stato psicopatologico” in cui versa la società occidentale. D’altra parte, avere una maggiore familiarità con l’emozione dell’odio e la sua espressione è cosa normale per i bambini piccoli.
L’Odio nei Bambini
L’odio nei bambini è una emozione naturale e si presenta fin dalla nascita. Il neonato odia l’assenza del latte materno così come ama la sua presenza quando ha fame. In altri termini, egli desidera la vicinanza dell’oggetto buono che soddisfa i suoi bisogni, e desidera la lontananza dell’oggetto frustrante che gli crea i crampi allo stomaco. La macro-categoria affettiva dell’amore nasce quindi dal desiderio di vicinanza, la macro-categoria affettiva dell’odio nasce dal desiderio di lontananza dall’oggetto. Entrambe promuovono la costituzione identitaria del bambino e del futuro adulto. L’esperienza multisensoriale dell’allattamento per un neonato è l’equivalente della relazione dell’adulto con la totalità del mondo che lo circonda. Il mondo esterno del neonato, infatti, conosce via via maggiori estensioni, che corrispondono alla buona crescita del soggetto: dall’utero al seno, dal seno al caregiver principale, dal caregiver principale al caregiver secondario, dal caregiver secondario alla famiglia, dalla famiglia al gruppo sociale.
La presenza nella mente delle macro-categorie affettive dell’amore e dell’odio, quindi, è inevitabile, e caratterizza il buono sviluppo psichico. È la temporalità che custodisce la nascita di queste due polarità. Infatti, un neonato allattato prima o poi sarà sazio, e successivamente sperimenterà l’assenza del latte. L’incontro tra il latte del mondo esterno ed il bisogno interno del neonato può avvenire con un buono o cattivo timing, ed una piacevole o spiacevole modalità affettiva. Queste esperienze relazionali precoci, ripetute nel tempo, costituiscono i precursori delle modalità relazionali del futuro adulto. Abbiamo introdotto il concetto di macro-categorie affettive per indicare i due principali organizzatori psichici del mondo. Il binomio amore- odio o vicinanza-lontananza rappresenta solo la prima dimensione affettiva che caratterizza la relazione individuo-mondo esterno. Questa, è una dimensione affettiva primitiva dal punto di vista dello sviluppo psichico e sociale. Al livello neurofisiologico è associata al funzionamento fight-flight tronco-encefalico, la parte più antica del cervello umano che possiedono anche i rettili. Essa organizza il mondo, appunto, in due categorie, amico o nemico, buono o cattivo, con me o contro di me.
C’è un corpus di letteratura vastissimo sul funzionamento psichico entro tale organizzazione della relazione individuo-mondo esterno (e.g. Carli, 2021; Bion, 1961; Bogerts, 2021). Questa, è l’organizzazione relazionale che caratterizza le guerre, e le forti polarizzazioni all’interno di un gruppo sociale. Con lo sviluppo relazionale, procede anche quello psichico, ed all’interno di quelle due macro-categorie emergono emozioni sempre più complesse come, ad esempio, imbarazzo, vergogna, malinconia, sorpresa o tradimento. Possiamo immaginare lo sviluppo affettivo come un albero che, subito dopo il tronco comune, ha due grandi ramificazioni corrispondenti alle due macro- categorie affettive menzionate. All’interno di esse, con lo sviluppo, si formano ulteriori ramificazioni, che possiedono resistenza pari all’uso che ne facciamo. La salute psichica corrisponde ad una situazione in cui l’individuo non perde l’utilizzo dell’ampia gamma di risonanze affettive possibili. Egli è in grado, in base alla circostanza che vive, di sentire gli effetti emotivi che quella ha su di lui/lei; è in grado, quindi, di vivere nuove esperienze, diverse da quelle che ha vissuto in passato. Il risultato di questo processo è l’ampliarsi delle ramificazioni del metaforico albero affettivo.
La psicopatologia, d’altra parte, corrisponde ad un certo grado di impoverimento psichico: più severo lo stato psicopatologico, maggiore l’impoverimento psichico. In questo caso, purtroppo, l’individuo perde la capacità di utilizzare un’ampia gamma di risonanze affettive, perché troppo dolorose. L’esito è quello di un irrigidimento delle modalità relazionali individuo-mondo esterno, ed una progressiva diminuzione delle ramificazioni del metaforico albero degli affetti. Abbiamo visto come nello sviluppo psichico primario sia l’amore sia l’odio, ed i loro correlati affettivi, trovano spazio spontaneamente. Entrambi gli aspetti sono funzionali alla crescita dell’apparato psichico, al fine di gestire al meglio la relazione individuo-mondo esterno. Come mai, quindi, possono esserci dei casi in cui lo sviluppo psichico dell’odio esita in comportamenti violenti?
I Classici, Melanie Klein e Donald Winnicott sullo Sviluppo delle Tendenze Antisociali
[si rimanda al capitolo integrale]
Moderni Contributi sulle Tendenze Antisociali, dalla Normalità alla Criminalità
[si rimanda al capitolo integrale]
Violenza vs Capacità di Odiare
La violenza è solamente una delle modalità di relazione individuo-mondo esterno. Nelle sezioni precedenti si sono messi in luce diversi elementi a fondamento della relazione violenta: il problema del mancato riconoscimento dell’odio nella società occidentale attuale; il legame tra violenza, odio-paura e deprivazione; l’aspetto di indifferenziazione dei significati presente in alcuni comportamenti violenti; il ruolo dell’ideologia e del gruppo sociale nella radicalizzazione violenta dell’individuo (Tabella 1).
| Violenza | Capacità di Odiare |
| Mancato riconoscimento dell’odio nella società | Riconoscimento dell’odio nella società |
| Circolo vizioso odio, paura | Circolo virtuoso amore, fiducia nel mondo esterno |
| Deprivazione propriamente detta | Assenza di deprivazione |
| Indifferenziazione dei significati della violenza | Differenziazione e valorizzazione della vitalità psichica positiva e negativa |
| Tre N della radicalizzazione: Needs; Narratives and Networks | Sostentamento dei bisogni narcisistici di base degli individui |
Alla base della relazione violenta individuo-mondo esterno vi è sempre una semplice configurazione psichica, basata sull’organizzare il mondo in amico-nemico, buono-cattivo. Questo tipo di assetto ha, come effetto collaterale più grave, quello della negazione dell’alterità. Gli altri, i diversi, con i loro bisogni, le loro emozioni, il loro diritto di essere nel mondo e partecipare attivamente alla vita comune, semplicemente non esistono. Essi finiscono nella macro-categoria psichica del “nemico”, del “cattivo”, che bisogna attaccare, o dal quale bisogna fuggire. La specificità di tale macro-categoria psichica risiede nel fatto che gli attributi del “cattivo” o del “nemico”, non derivano affatto dalla sua conoscenza reale, ma sono il frutto di scissioni e proiezioni del soggetto, che quindi vede negli altri, ciò che proprio non tollera al suo interno. Per questo motivo, entro tale configurazione non si apprende mai nulla di nuovo dal mondo e dal susseguirsi degli eventi. Vi è solo una costante ripetizione delle medesime dinamiche relazionali con differenti oggetti esterni, che, per il soggetto, non differiscono mai; anzi non possiedono mai esistenza propria. Esistono solamente come “appendiabiti” più o meno adatti per le sue proiezioni.
In verità, esiste un effetto collaterale ancor peggiore di questa configurazione psichica. Consiste nel fatto di essere tramandata da generazione a generazione. Una famiglia, quindi, totalmente permeata da tale impoverimento psichico, contagia i propri figli; che avranno molte difficoltà ad emanciparsi da tale assetto interno. Una società, totalmente permeata da tale impoverimento psichico, contagia le nuove generazioni. Esse vivranno società diverse, con propri modelli e vissuti, come oggetti esterni da abbattere, conquistare, o rifuggire. Apprendere qualcosa di nuovo dal mondo esterno, infatti, presupporrebbe un riconoscimento dell’alterità del mondo rispetto al soggetto, caratteristica di cui l’assetto amico-nemico è totalmente privo, ma che, d’altra parte, è alla base della capacità di odiare.
Entro quest’altra configurazione psichica vi è, quindi, il pieno riconoscimento della diversità, che è di nutrimento per l’oggetto e per il soggetto stesso. Nel bambino, la prima manifestazione verbale della macro-categoria affettiva dell’odio è il “no”. Che significa “tu diverso da me”, “quella cosa desidero che non faccia parte di me”. L’identità non potrebbe esistere se non come esito dei continui e oscillanti desideri di vicinanza (identificazione) e lontananza (espulsione) dagli oggetti esterni. La capacità di odiare implica, quindi, una serena accettazione della macro-categoria affettiva dell’odio all’interno del nostro mondo interno, delle nostre istituzioni, della società occidentale generale. Per acquisire tale capacità bisogna imparare ad odiare sufficientemente bene. Se l’odio non si associa alla conoscenza diviene giudizio precostituito, e con esso entriamo nella configurazione psichica amico-nemico, di cui si è ampiamente discusso. Per odiare sufficientemente bene c’è necessità di conoscere il diverso, comprenderne i valori e il sentire personale, comprenderne le differenze rispetto al nostro. Evitare di supporre che i nostri standard siano raccomandabili per gli altri. Evitare di esportare i modelli con cui noi vediamo il mondo; la nostra società ha sufficienti lacune da poter imparare dagli altri. Questa è la meravigliosa opportunità: essere capaci di odiare per conoscere, crescere ed arricchirsi insieme agli altri.
Referenze Essenziali
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Bogerts, B. (2021). Neurobiology of Violence. In Where Does Violence Come From? (pp. 37-49). Springer, Cham.
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Kruglanski, A. W., Bélanger, J. J., & Gunaratna, R. (2019). The three pillars of radicalization: Needs, narratives, and networks. Oxford University Press, USA.
Orsini, A. (2020). What everybody should know about radicalization and the DRIA model. Studies in Conflict & Terrorism, 1-33.
Winnicott, D. W., Winnicott, C., Shepherd, R., & Davis, M. (2015). Deprivation and delinquency. Routledge.
* Laureato in psicologia clinica, PhD in Psychotherapy Research, specializzato in psicoterapia individuale e di gruppo. Attualmente è associate professor (Xenophon College London – University of Chichester) e professore a contratto (Sapienza Università di Roma). Ha pubblicato numerosi articoli internazionali sull’applicazione dei principi dei sistemi dinamici alla psicoterapia ed è tra i fondatori del network mondiale di ricerca in Psychotherapy and Complexity Science della International Society for Psychotherapy Research.
