Come noto, un aumento delle tariffe sulle importazioni dovrebbe portare a un apprezzamento della valuta del Paese che li inserisce e un mercato finanziario efficiente dovrebbe anticipare quanto in procinto di accadere. Gli annunci sui nuovi dazi negli USA avrebbero allora dovuto portare a un apprezzamento del dollaro; mentre è accaduto il contrario.
Successivamente agli annunci relativi ai nuovi livelli dei dazi negli USA, il dollaro si è infatti notevolmente deprezzato rispetto all’euro facendo sì che le esportazioni verso gli USA costino ora più dollari agli importatori americani, come sarebbe accaduto se i dazi fossero già entrati in azione.
Si potrebbe ritenere che questa possa costituire una anticipazione efficiente di quanto potrà accadere. È però da considerare che un aumento delle tariffe dei dazi dovrebbe portare a un apprezzamento del dollaro, e non a un deprezzamento, perché ogni importatore, a parità di prezzo in euro delle merci da importare, dovrebbe corrispondere più dollari e quindi dovrebbe acquistare dollari contro euro e causare un apprezzamento della valuta più richiesta.
Una ragione concreta per la quale il dollaro si è invece deprezzato, è stata data dai recenti trasferimenti di ingenti importi dagli USA verso l’Europa, con una pressione sul tasso di cambio che ha visto spingere per vendere dollari e acquistare euro. Pertanto, l’effetto annuncio sul mercato delle merci si è riversato sul mercato finanziario, con molti operatori che hanno ritenuto che fosse più sicuro e/o più redditizio lasciare gli USA per l’Europa.
Mentre l’effetto immediato sulle importazioni USA dall’Europa è stato simile a quello di un aumento dei dazi, l’effetto di medio periodo potrebbe essere opposto perché un aumento effettivo dei dazi si sommerebbe agli effetti del deprezzamento del dollaro. L’effetto sul settore finanziario ha invece ridotto l’afflusso di euro investiti negli USA e quindi gli stessi spazi di manovra per investimenti negli USA, che servirebbero a finanziare proprio una produzione interna delle merci che ora è più costoso importare.
L’effetto finanziario avverso dato dall’annuncio, ha così contrastato la possibilità concreta dei dazi di indurre effetti positivi sulla produzione USA.
All’orizzonte c’è un ulteriore bivio di fronte alle autorità USA, che spinge in questa direzione. La Federal reserve deve ora decidere se ridurre o meno il costo del denaro. Da un lato, la riduzione dei tassi di interesse potrebbe stimolare l’economia rendendo per le imprese meno caro finanziarsi per investire; dall’altro, contribuirebbe a rendere meno appetibile un investimento estero verso capitali USA, contribuendo al deprezzamento del dollaro. Ridurre i tassi di interesse farebbe inoltre abbassare la guardia contro l’inflazione incombente negli USA ma permetterebbe di ridurre il peso degli interessi sul debito pubblico USA, che è atteso in crescita in conseguenza della legge di Bilancio appena approvata.
In questa situazione, un effettivo aumento dei dazi potrebbe costituire un’opportunità positiva per l’economia USA solo se le imprese ritenessero profittevole investire per produrre negli USA ciò che costerebbe di più importare. Questo stimolerebbe i finanziamenti che proverrebbero anche dall’estero inducendo un aumento della produzione interna, un apprezzamento del dollaro, una riduzione del deficit commerciale. Ma questo effetto è proprio quello che si riproponeva l’ipotesi di aumento dei dazi, mentre il suo annuncio ha causato l’opposto.
Non sembra ci possano essere quindi alte probabilità che questi effetti degli annunci possano ribaltarsi nel loro contrario, al momento di un effettivo varo dei nuovi dazi. I nuovi fatti dettati dai mercati finanziari e gli effetti attesi dalla legge di bilancio, sembrano cioè rendere impraticabile un aumento di queste tariffe. L’effetto annuncio è stato neutralizzato da due effetti finanziari e solo un evento inatteso potrebbe ribaltare il destino cha appare ormai segnato per una variazione significativa dei dazi.
