Non solo dazi; anche interessi e valute


Un aumento dei dazi USA, da un lato prefigura un aumento dei prezzi interni e riduce il disavanzo commerciale, perché le merci estere aumentano di prezzo rispetto alle merci prodotte interamente; dall’altro, proprio in quanto si prospetta un aumento dei prezzi, la Federal Reserve dovrebbe aumentare i tassi per contenere questo aumento.

Entrambi questi effetti confluiscono in una possibile rivalutazione del dollaro, perché si dovrebbe manifestare una minore richiesta di valuta estera per acquistare beni esteri, e perché gli investitori dovrebbero chiedere più dollari in quanto spinti a investire negli USA per beneficiare degli interessi più elevati.

Per questo motivo, è presumibile, Trump chiede alla Federal Reserve di ridurre i tassi; in questo modo le imprese vedrebbero diminuire i propri oneri finanziari e aumentare i propri investimenti. Anche se i tassi di mercato non sono aumentati e il dollaro non si è per ora rivalutato, la manovra richiesta da Trump potrebbe prevenire una rivalutazione del dollaro, e indurre maggiori investimenti produttivi, pur potendo causare una minore attrattività degli investimenti di portafoglio.

In tutta questa confusione di aprile 2025, però, rimane un elemento non debitamente considerato. Il costo di produzione all’estero di molte merci, ossia lo svolgimento di alcuni tratti della catena del valore all’estero, è talmente conveniente per un insieme di imprese, che non sarà certo qualche punto percentuale in meno di tassi di interesse a sostituire un aumento dei costi per i salari negli USA, oltretutto espressi in dollari; e non sarà neppure un dollaro meno caro ad attrarre merci USA prodotte comunque a costi più elevati.

Scommettiamo quindi che il rimpatrio delle attività produttive negli USA non ci sarà e l’illusione comunicativa di una rivoluzione tramite i dazi finirà in piatti accordi commerciali bilaterali, fra USA e UE, e fra USA e qualche altro Paese.

La Cina potrebbe invece cogliere l’opportunità di creare un raggruppamento commerciale alternativo e polarizzato, puntando su un eventuale danno reputazionale per la stabilità Statunitense, anche se per far questo dovrà gestire inducendo una certa credibilità nella propria continuità d’impostazione politica ed economica.

La stabilità dell’assetto governativo cinese è del resto ciò che le ha permesso l’arricchimento mediante un tasso di cambio della propria valuta, abilmente governato a proprio favore negli ultimi trent’anni; mentre, viceversa, proprio l’arricchimento è quanto ha permesso allo stesso assetto politico cinese di sopravvivere e prosperare in una economia monetaria e con un certo livello di iniziativa economica privata, nonostante la distanza dalla tradizione politica liberale che ha accompagnato la sua nascita e il suo proliferare in Occidente.

In tal senso, ci sembra emergere un monito, dalla storia: le sorti della democrazia occidentale sono molto più simili a quelle dell’assetto politico dell’attuale Cina, rispetto a quanto Trump forse non creda: il destino di entrambe dipende dalle capacità di risolvere i problemi economici dei propri cittadini; siano essi liberali o socialisti, democratici o conservatori.


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